Iblis, da Ginevra torna in aula Fausto Fagone
A Palagonia appalti ai boss senza bandi

Claudia Campese

Cronaca – Era l'esame più atteso quello dell'ex politico imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Assente a tutte le udienze, dopo la scarcerazione si è trasferito in Svizzera. Tornato a Catania, ha spiegato ai magistrati e alla corte la sua versione sull'affidamento diretto di servizi e strutture a parenti dei rappresentanti locali di Cosa nostra da parte del Comune di cui era primo cittadino. Ma anche sugli ingenti versamenti in contanti - almeno 60mila euro - effettuati sul proprio conto

«Eccetto se informato dalle forze dell'ordine, non ho mai avuto l'obbligo di sapere chi fosse chi e di sottrarmi a un saluto». Da Ginevra a Catania, ha fatto oggi il suo ingresso nelle aule giudiziarie del carcere di Bicocca Fausto Fagone, ex sindaco di Palagonia e consigliere regionale, per essere ascoltato dai magistrati del processo Iblis. Trasferitosi in Svizzera dopo la scarcerazione, il politico e consulente finanziario è stato assente a ogni udienza del procedimento che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma oggi è tornato in città per raccontare la sua versione dei fatti, tra versamenti da decine di migliaia di euro in contati sul suo conto corrente e servizi affidati dal Comune palagonese a privati senza bando.

L'esame dell'imputato comincia con un breve riepilogo della sua carriera pubblica. Entrato in politica nel 1991, Fagone si candida alle elezioni regionali dello stesso anno con il Psi, ma non viene eletto. Ci riprova, con successo, nel 1998 ridimensionando l'obiettivo: le consultazioni provinciali. Nel 2001 riprova con Forza Italia la corsa alla Regione Sicilia, dove però siederà da deputato Udc solo con le successive elezioni del 2006 e del 2008, quando riceve oltre novemila preferenze. Non tutte pulite, secondo i magistrati, ma frutto di accordi con Cosa nostra. Accuse infondate secondo il politico, che spiega: «Su di me ci fu una convergenza di voti perché rimasi l'unico deputato Udc uscente». Intanto, nel 2003, viene eletto sindaco di Palagonia. Dopo il padre e il nonno.

Le domande dei magistrati a Fagone si concentrano sulla sua conoscenza con Rosario Di Dio, co-imputato e presunto boss della zona di Ramacca e Palagonia. «L'ho conosciuto durante la mia sindacatura nella sua stazione di servizio, dove mi fermavo a prendere una Coca cola dopo aver concluso i miei compiti di amministratore. Ho appreso in seguito che aveva avuto problemi con la giustizia, ma non ho mai approfondito il passato dei miei interlocutori sporadici». Al rifornimento, racconta il politico, l'argomento di discussione era sempre e solo uno: «Il mondo agricolo e la sua tutela, per cui Di Dio spingeva». Un altro incontro avviene fuori contesto, a Roma, alla presenza di Antonino Sangiorgi, ex assessore di Palagonia sotto la sindacatura Fagone e condannato nel rito abbreviato di Iblis a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Mi chiese se, trovandoci entrambi a Roma, potevo veicolarlo verso un istituto di credito agricolo». Dove veicolarlo starebbe per «accompagnarlo», si affretta a chiarire Fagone. In realtà trova anche Di Dio, che sarebbe stato lì per accompagnare anche lui Sangiorgi ma a un congresso.

«Quando incontrai di nuovo Di Dio nel carcere di Bicocca mi disse che lui e sua famiglia mi avevano aiutato nelle elezioni del 2008, cioè mi avevano dato i voti. Ma io non l'ho mai chiesto», continua Fagone. Eppure, secondo i magistrati, gli scambi tra i due e gli altri affiliati sarebbero stati molteplici. Mediati dal ruolo di sindaco di Fagone e portati avanti con una gestione poco trasparente del Comune di Palagonia che spesso non prevedeva bandi pubblici per gli appalti. Come nel caso dei servizi di sostegno ai minori disagiati, affidati alla società di cui era amministratrice Sara Conti, nipote di Calogero, detto Zu Liddu, considerato lo storico boss di Cosa Nostra nel territorio di Ramacca. «Il servizio fino a quel momento veniva offerto al doppio dalle Orsoline - spiega Fagone - Mi sembra 35-40mila euro contro i 70mila delle Orsoline». Una scelta effettuata però senza alcun bando, ma con un sistema che Fagone definisce «di verifica territoriale dei soggetti che potevano svolgere il servizio».

Nel caso del ristorante Coste di Santa Febronia, nell'omonimo sito archeologico concesso gratuitamente dal Comune, l'assenza di un bando sarebbe invece giustificata dal fatto che «le persone si sono proposte da sole ancora prima che il luogo fosse consegnato all'ente, dopo la ristrutturazione». I coniugi Brancato - suoceri di Alfonso Fiammetta, condannato in primo grado a 11 anni e quattro mesi per associazione mafiosa nel filone abbreviato di Iblis - sarebbero stati gli unici a proporsi, racconta Fagone, con continui viaggi mensili al Comune. «Peccato che né Brancato né la moglie ricordino di questa serie di incontri - risponde il pm Agata Santonocito - Ma di un solo incontro a cui è seguita la concessione».

Tutti favori, secondo i magistrati, mediati anche dall'ex assessore Antonino Sangiorgi, che avrebbe fatto da tramite tra le richieste di Cosa nostra e il sindaco. «Ci conosciamo da sempre, tra di noi c'era un rapporto di natura familiare - racconta Fagone - Andavo spesso a pranzo a casa dei suoi genitori, ero considerato un figlio». Eppure non c'erano sinergie, ruoli attuativi o altre parole usate da Fagone per far capire che Sangiorgi non poteva operare al suo posto, nonostante gli stretti rapporti.

Ma a non convincere i magistrati non sono solo le pratiche interne al Comune di Palagonia. Qualche dubbio lo suscitano anche gli ingenti versamenti in contanti effettuati da Fagone sui suoi conti nel 2008: il più sostanzioso, da 50mila euro, seguito da altri versamenti da diecimila e cinquemila euro. «Il primo era da parte di mio fratello, consulente finanziario a Ginevra, per l'acquisto in comune di un mezzo, una Porsche - spiega Fagone in chiusura del suo esame - Il secondo era invece il pagamento da parte di mia madre della mia polizza vita in scadenza. Sapete, era una donna del '28, non pensava a farmi un bonifico».