San Cristoforo, parole e immagini

Elvio Tomaselli

– Un documentario di 40 anni fa e un libro di Salvatore Scalia raccontano uno dei quartieri degradati di Catania. E non è una storia a lieto fine

«Trent’anni fa questo quartiere era centro storico e popolare di Catania. Oggi è periferia, non solo in senso topografico. Ma il contrasto tra centro e periferia oggi è sempre più esile». Così Guglielmo Longo, direttore del dipartimento di Biologia animale dell’Università di Catania, parla di San Cristoforo, il quartiere in cui ha trascorso infanzia e adolescenza. L’occasione è stata la presentazione del libro La punizione di Salvatore Scalia; una presentazione che è servita anche per rivedere il quartiere com’era quarant’anni fa, grazie a un videodocumentario girato all’epoca da Alfredo Petralia.

 

Il video di Petralia – anch’egli docente dell’Università di Catania e anch’egli cresciuto a san Cristoforo – è stato girato nel 1970 in collaborazione con altri ragazzi del “Gruppo di Azione Rionale”. Il filmato mostra un quartiere che conta non meno di 44.000 abitanti. Gran parte delle famiglie vive in monovani o bivani. Le case sono ambienti precari, disposte in maniera disordinata nel tracciato stradale, che, di conseguenza, risulta caotico. La mancanza di servizi igienici è pressoché totale. Le strade, coperte da un manto d’immondizia, sono meta di cani, gatti e topi. Nel quartiere, nonostante la municipalità lo vieti, ci sono ancora delle stalle. La spazzatura, ammucchiata soprattutto nella sciara, viene riutilizzata come fertilizzante.

 

Nella san Cristoforo di 40 anni fa non esistono parchi. I bambini vengono abbandonati a se stessi. Scarseggiano le strutture scolastiche: sono presenti appena 4 circoli didattici, gli asili sono insufficienti e sovraffollati. Per via della retta mensile, pochi bambini vengono inviati nei collegi. I ragazzi vengono, quindi, avviati immediatamente al lavoro, spesso malpagato e occasionale. Vengono assunti presso fabbriche dell’artigianato, degli specchi, dell’intarsio. Solo i più fortunati sono riusciti ad affrancarsi. Altri, invece, prendono la strada della malavita.

«L’esodo della «parte migliore»  –  commenta oggi Petralia – ha determinato la concentrazione di situazioni negative. È importante non dimenticare, che per almeno 60 anni, le istituzioni ci hanno voltato le spalle».

 

E la San Cristoforo degli anni ’70 è anche lo sfondo su cui si svolge la storia narrata da Scalia. “La punizione” racconta la scomparsa di quattro ragazzi di età compresa tra i dodici e i tredici anni. I quattro, a bordo di due vespe 50, un mattino dell’Aprile ’76, scippano una signora anziana nel mercatino rionale di San Cristoforo. La signora prova a resistere, poi cade a terra fratturandosi un braccio. Quella signora è la madre di Nitto Santapaola. Qualche giorno dopo, i quattro ragazzi spariscono nel nulla e le loro famiglie non sporgono denuncia. Circa 10 anni dopo un uomo confessa di essere stato l’assassino. Ma non sarà condannato, anche perché i corpi dei quattro ragazzi non sono mai stati trovati.

 

In una pagina del romanzo un carabiniere, che il mattino dello scippo passava per caso nella zona del mercato, osserva la scena e, rivolto a un collega, commenta: «Se la sbrighino tra loro». Cosa è cambiato, da allora a oggi? Gabriele Piazza, commissario capo della Polizia, fa il punto della situazione. Nel 2000 è stato istituito il commissariato di San Cristoforo, nato dall’esigenza di avere una centrale di polizia in una zona ad alto rischio di criminalità. «Ma dagli studi sulla criminalità diffusa – commenta Piazza – emerge che la sicurezza percepita dalla gente non corrisponde a quella che vorremmo garantire. La figura della “Polizia di prossimità”, istituita dal Ministero della difesa, è al momento presente nelle zone con più attività commerciali, ma il progetto è quello di giungere nelle zone più degradate. Quest’organo da solo non basta. Ciascun Ente e ciascun cittadino deve dare il proprio contributo».

Sul presente e sul futuro del quartiere (e non solo), l’autore del libro non nasconde invece il pessimismo. «Ci sono troppi polizieschi in cui il bene trionfa – sostiene Scalia –; abbiamo una tendenza sbagliata a metabolizzare il male. Il dovere di uno che opera con la parola, invece, è quello di non far dimenticare che le tragedie possono avvenire anche a due passi da noi. La verità è che i cittadini sono stati trasformati in consumatori e a loro volta diverranno rifiuti. Rifiuti umani che verranno poi riciclati, manovrati dalla politica e che un giorno rimpiazzeranno i criminali».