Foto di: Vincenzo Magno (VIM)

Liceo Galilei, preside ferma il murales con Impastato
Studenti protestano: «Il silenzio lo uccide di nuovo»

Luisa Santangelo

Cronaca – Prima hanno dovuto togliere il volto di Peppino. Poi è stato chiesto loro di cambiare la frase, «troppo forte» per stare sul muro esterno dell'istituto, che si trova al villaggio Dusmet. «Alla fine ci hanno detto: "Fatelo da un'altra parte"», racconta un giovane promotore. Il caso arriverà presto in consiglio comunale. Guarda le foto

«Senza mezze parole: ci sentiamo presi in giro. Intorno alla nostra proposta si è generato un muro di imbarazzante silenzio che sta uccidendo di nuovo Peppino Impastato e i suoi ideali». Gli studenti del liceo Galileo Galilei aspettano il della preside, la professoressa Gabriella Chisari, da mesi. Vogliono realizzare, sul muro esterno del loro istituto, un murales con il volto di Peppino Impastato, il giornalista e attivista di Cinisi ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Accanto al volto di Peppino, la frase scritta su uno striscione e portata in corteo dai suoi compagni il giorno del suo funerale: «La mafia uccide, il silenzio pure». «Ma la dirigente ci ha detto, cito testualmente, che un volto con una citazione accanto erano un'immagine "desueta" e che quindi andava cambiata», racconta Simone Dei Pieri, 22 anni, ex rappresentante del Galilei e responsabile dell'associazione giovanile Atlas, promotrice dell'iniziativa assieme al club service Interact Catania Ovest.

Il percorso per la realizzazione del dipinto è iniziato a luglio quando Simone Dei Pieri e il giovanissimo Riccardo Foti, 16 anni, studente del Galilei e rappresentante di Interact, sono andati al Comune di Catania a presentare la loro proposta. Nel loro immaginario, il muro esterno della scuola — frequentata da entrambi, anche se in anni diversi — avrebbe dovuto mandare un forte messaggio di antimafia. A realizzarlo sarebbe stato Vincenzo Magno, giovane artista etneo, adesso studente dell'accademia di Belle arti di Bologna. La prima risposta affermativa viene dall'assessore all'Urbanistica Salvo Di Salvo: è lui a concedere la prima approvazione, vincolata all'accettazione dell'idea da parte della dirigente del liceo Galileo Galilei. È a questo punto che, quasi prima ancora di iniziare, l'iter si ferma.

«Da sempre ci occupiamo del tema della legalità e avevamo pensato a un murales a scuola per dare un segnale forte agli studenti», continua Dei Pieri. «La zona, peraltro, non è delle migliori», prosegue il giovane. È il villaggio Dusmet, nella seconda circoscrizione. Che, da San Giovanni Li Cuti e Ognina, passa per Picanello e arriva fino a oltre la circonvallazione. «Ci è stato detto — spiega — che la frase era troppo forte, che non andava bene perché troppo diretta. E poi c'era quel problema di Peppino Impastato, la sua figura non andava bene». Così hanno cambiato tutto: niente Impastato. Al suo posto, i binari della ferrovia dove è stato fatto ritrovare il suo corpo, e un uomo — con coppola e lupara — con un giornale aperto: «La mafia uccide, il silenzio pure» è scritto sulle pagine del quotidiano. Ma neanche questa opzione è stata giudicata praticabile. Allora Vincenzo Magno, che avrebbe dovuto essere l'autore del murales, ha creato un'altra bozza: di nuovo i binari, ma al posto di un solo uomo ce ne sono tre, di spalle: due giovani e un professionista in giacca. «Ma anche la terza versione è stata rigettata. A questo punto la preside ci ha chiesto di cambiare il tema. Di fare un murales più educativo», ricorda il sedicenne Riccardo Foti. «Noi ci siamo rifiutati — sostiene — L'idea era di lanciare un messaggio, cambiando tema non sarebbe più stata la stessa cosa. Così la preside ci ha risposto: "Fatelo da un'altra parte"». 

La prima versione, non approvata perché, dicono gli studenti, «sembrava troppo forte»

La terza e ultima versione. Bocciata anche questa, il progetto del murales sembra essere naufragato

La seconda versione

Del murales antimafia Gabriella Chisari, preside del Galileo Galilei, preferirebbe non parlare. «Io non mi sono opposta — replica — Ma bisogna capire che devo discutere tutto con lo staff e trovare una soluzione condivisa. Abbiamo avviato un dialogo con uno studente, ma non siamo riusciti a trovare un punto d'incontro. Quindi la situazione è in stand-by». «Cerchiamo di fare delle cose adeguate alla scuola e al contesto in cui operiamo», conclude Chisari. «Se partiamo dall'idea che la zona, perché è difficile, è inadeguata a un messaggio antimafia stiamo proprio sbagliando tutto, stiamo proprio dimenticando il senso dell'antimafia», risponde Riccardo Foti. «Nel murales ci sarebbero stati i segni di tante mani, volevamo che fossero quelle dei ragazzi del villaggio Dusmet. Ci sarebbe piaciuto coinvolgerli all'inaugurazione. Con questo rifiuto e questo silenzio stiamo uccidendo Peppino Impastato per la seconda volta, uccidiamo la sua memoria e il suo lavoro. E senza neanche un motivo», continua lo studente. «Partire dai giovani non è importante solo a parole, è una cosa oggettiva: non cambi il modo di pensare di un cinquantenne —  commenta il giovane — Puoi cambiare, invece, il modo di pensare di un ragazzo come me, che a sedici anni ha ancora tutto da imparare. Che poi è quello che ha fatto Peppino, no? Ha costruito il suo pensiero e le sue battaglie da giovanissimo, ha vissuto la sua vita rinnegando il mondo in cui era cresciuto».

Il caso del murales negato arriverà martedì in consiglio comunale. A portarcelo il consigliere Agatino Lanzafame, che ha seguito gli studenti sin dalle fasi iniziali di progettazione del dipinto: «È sconcertante che, di fronte a un'iniziativa che tiene viva la memoria, qualcuno si preoccupi del contesto e della forma», si accalora Lanzafame. Che annuncia un intervento direttamente a Palazzo degli elefanti: «Farò un'interrogazione per chiedere all'amministrazione di intervenire con forza, perché quel murales va fatto. E senza tentennamenti. Non voglio risposte da burocrati, né rimpalli di responsabilità. Quei ragazzi si sono impegnati su un argomento che avrebbe dovuto raccogliere il plauso di tutti. Certi no, invece, non fanno altro che mettere distanza».