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Foto di: Dario De Luca

Sant'Agata e mafia, in Appello tutti assolti
Dopo due anni restano i racconti dei pentiti

Dario De Luca

Cronaca – Gli otto imputati erano stati giudicati non colpevoli perchè «il fatto non sussiste». Una decisione che hanno scelto di condividere anche i giudici della terza sezione della corte d'appello. La richiesta era arrivata anche dall'accusa che aveva sottolineato i «limiti evidenti nella formulazione del capo d'imputazione»

Tutti assolti. Come nel febbraio 2013. È questo l'esito del secondo capitolo giudiziario sulle presunte infiltrazioni della mafia nella festa di Sant'Agata. Dopo due anni Antonino e Francesco Santapaola, Alfio, Giuseppe, Vincenzo e Agatino Mangion, Pietro Diolosà e Salvatore Copia hanno sentito ripetersi, questa volta dai giudici della terza sezione della Corte d'appello, la stessa formula. «Conferma della sentenza di primo grado» e quindi assolti perché il fatto non sussiste

Nel corso della requisitoria la sostituta procuratrice Sabrina Gambino, aveva chiesto la conferma del giudizio evidenziando quelli che aveva definito dei «limiti evidenti nella formulazione del capo d'imputazione». Riferimento al ricorso in secondo grado fatto da Antonino Fanara, il magistrato della direzione distrettuale antimafia che aveva coordinato la lunga inchiesta e sostenuto l'accusa nel primo processo. Gambino aveva sottolineato un riferimento «poco chiaro» nel ricorso, cioè l'accusa per gli imputati di essere vicini a «un'associazione mafiosa appartenente o vicina ai Santapaola-Ercolano». In primo grado Fanara aveva chiesto la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa per Pietro Diolosà, ex presidente del circolo sant'Agata della Collegiata, e il proscioglimento per gli altri imputati ma soltanto perché le loro posizioni erano già state giudicate nel processo scaturito dall'operazione antimafia Dionisio.

Tutte richieste disattese dai giudici d'appello così come in passato aveva stabilito senza mezzi termini il giudice monocratico Michele Fichera. Il togato catanese sottolineava la mancanza di prove concrete in grado di accertare le responsabilità. Decine di udienze e l'audizione di numerosi ex boss della famiglia mafiosa dei Santapaola con un solo risultato: «Labili sospetti, congetture e personali interpretazione dei fatti». Nessuna certezza nemmeno sul controllo della mafia sulla tempistica dei festeggiamenti in relazione alle soste del fercolo, la gestione dei fuochi pirotecnici, il commercio ambulante e l'acquisto e rivendita della cera. Passaggi da sempre al centro dell'attenzione e su cui è stata recentemente annunciata una svolta per la prossima edizione. La festa del 2016 stando alle parole del sindaco etneo Enzo Bianco dovrebbe essere totalmente regolamentato in tutti i suoi aspetti più delicati.  

Negli anni sotto la cosiddetta varetta della patrona di Catania si sono alternati con il caratteristico sacco Nino e Francesco Santapaola, ma anche il killer ed ex reggente Santo La Causa oltre a Vincenzo Ercolano, figlio del defunto capomafia Pippo, recentemente coinvolto nell'inchiesta Caronte. Sopra il fercolo c'è stato posto per Enzo Mangion. Il circolo di Sant'Agata, il più vecchio della città risalente al 1874 e gestito dal 1995 al 2005 da Pietro Diolosà, ha riservato la tessera numero uno fino al 2005 a Nino Santapaola insieme a Enzo Mangion, titolare della numero due. A metà degli anni '90 la mafia, secondo le dichiarazioni dell'ex capomafia Natale Di Raimondo, si sarebbero pure spartita la gestione delle candelore con i clan Savasta e Cappello. Nel 1998 il cereo del circolo si sarebbe spinto fino al quartiere periferico di Monte Po per una precisa scelta proprio di Di Raimondo. In processione tra i palazzoni come dimostrazione del potere con «una spesa di circa 30-40 milioni di lire. Con quei soldi - raccontava nel 2012 in udienza - vennero pagati i portatori, l’'illuminazione del quartiere e i fuochi di artificio».

Nel corso dell'ultima edizione della festa MeridioNews ha raccontato la sosta della candelora degli ortofrutticoli in via Torre del Vescovo e della tradizionale annacata nei pressi dell'abitazione del presunto boss Massimiliano Salvo. Una vicenda finita alla ribalta nazionale con numerose polemiche e la presa di posizione dei portatori del cereo