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«Niente trenini, ora regalami il calcio»
Letterina rossazzurra a Babbo Natale

Claudio Spagnolo

Sport – Un 2015 pieno di cose brutte, da scaraventare via prima di Capodanno. Povero di ricordi che valga la pena di conservare. Sotto l'albero, stavolta, sarebbe bello trovare il gusto di tornare allo stadio. Quel gusto che ci è stato rubato

Caro Babbo Natale, a che gioco giochiamo? Non erano questi i patti. Ti ricordi la letterina dell'anno scorso? Manco il regalo ti avevo chiesto: nulla. Te l'avevo fatto io il regalo, invece: eravamo d'accordo che ti caricassi sulla slitta Ventrone (che, t'avevo detto, sarebbe stato un ottimo addestratore di renne) e Cosentino (che, come ben sai, è una risorsa). Invece tu, niente. Hai lasciato parcheggiato da noi per qualche mese quel temibile preparatore atletico dai capelli bianchi; hai mantenuto al suo posto il signor Pablo, finché a portarlo via è arrivato un ordine di arresti domiciliari firmato dal gip. E mi hai pure lasciato un regalo che non ti avevo chiesto e che sul momento non avevo capito: un trenino. Un regalo che mi ha fatto credere che tu, caro Babbo Natale, ti fossi semplicemente rimbambito. Mica potevo pensare che, quando ti ci metti, potessi essere così cattivo.

Era Natale scorso, e pare un secolo fa. Ma tu lo sai che ogni anno, per le feste, mentre tutti s'affannavano a buttare dalla finestra le cianfrusaglie che avevano imbruttito l'anno vecchio, io mettevo sempre nell'album almeno uno dei ricordi che avevano reso quell'anno indimenticabile? L'ho fatto, pensa un po', per più di vent'anni. Esattamente per ventuno, che sono state le stagioni consecutive in cui la mia squadra ha finito il campionato senza retrocedere. Un privilegio che condividevamo con pochissimi altri: l'Inter, il Milan, la Lazio, la Roma.

Non erano tutti ricordi luccicanti, fotogrammi ad alta definizione come quelli dei successi in serie A. C'erano anche immagini polverose, come quella del campetto di Ganci da cui cominciammo la lenta risalita dai dilettanti fino alla serie A. O potevano essere immagini del tutto ordinarie: per esempio le mani del nostro portiere, Iezzo, che si serravano a tenaglia su un semplice cross da calcio d'angolo, qualche secondo prima che l'arbitro fischiasse la fine dello spareggio con il Taranto certificando che eravamo tornati in serie B.

E spesso quelle immagini portavano il profumo dell'erba del Massimino, su cui ci era ancora concesso camminare, una volta l'anno, nei giorni speciali: come quella volta che un gol di Del Core all'Albinoleffe ci regalò il delirio della serie A. Qualche volta, nell'album, nascondevo invece un oggetto: una piccola madeleine che mi ricordasse la stagione appena vissuta. Come i biglietti di curva dei campetti di serie C collezionati negli anni in cui – emigrante temporaneo come un po' tutti siamo stati – dovevo forzatamente seguire la mia squadra lontano dal Massimino. O come quella maglia rotta della rete d'una porta, che riuscii a portarmi a casa quando, sul prato del nostro stadio, festeggiammo la salvezza conquistata grazie a un gol di Martinez alla Roma.

Ma li conosci anche tu, quei ricordi. Non sei stato forse tu a regalarmeli? Il gol da centrocampo di Mascara alla Favorita, il cucchiaio su rigore al portiere dell'Inter Julio Cesar, le lacrime di Biagianti all'ultimo giro di campo di un campionato indimenticabile... Meglio non sfogliarli, adesso, farebbe male al cuore. Perché poi, dimmi tu, quest'anno nell'album cosa dovrei mettere? Le pagine di cronaca giudiziaria dedicate alle intercettazioni di Pulvirenti, che ha fatto apparire il mio Catania simile a una qualunque Juventus? La comune obiezione – legittima, ma nient'affatto assolutoria – che, se il Catania paga per quanto si è detto sui telefoni intercettati dei suoi dirigenti, sarebbe sacrosanto che pagassero anche i venditori delle partite negoziate su quelle utenze? L'illusione, regalataci da tre vittorie di fila a inizio campionato, che questa serie C della vergogna potesse trasformarsi in una inaspettata e trionfale marcia verso la risalita? Il dialogo tra sordi in cui si va logorando – ammesso e non concesso che ci sia da una parte una vera volontà di vendere, e dall'altra una sana intenzione di comprare – la speranza di un cambio al vertice della società? 

Niente, Babbo Natale, ho deciso. Quest'anno, nell'album dei ricordi, ci metto solo Vincenzo Marruocco. Sai chi è? Un portiere non particolarmente famoso, che gioca in serie C, nella Paganese. Un portiere, m'è parso, perfino un po' ciccione. Ma simpatico. Ieri, nel mezzo d'una partita che il Catania ha poi vinto per tre a zero, è uscito con le mani al limite dell'area schiaffeggiando il pallone in modo piuttosto approssimativo. Ben sapendo di non essere Zoff, il buon Marruocco ha guardato il campo davanti a sé e ha pensato che, per un momento almeno, poteva sentirsi Oriali. Così, ha cominciato a dar fiato ai suoi insospettati polmoni da mediano, avventurandosi palla al piede lungo tutta la sua metà campo e fino oltre la linea mediana. Quindi si è illuso per un attimo di poter entrare nella storia del calcio facendo il Mascara. E ha cercato di sorprendere il collega rossazzurro Liverani segnandogli da centrocampo. Mostrando, purtroppo, una mira non degna dell'intenzione. Infine se ne è tornato in porta, quasi inchinandosi al pubblico che intanto lo applaudiva. Sì, perché i pochi spettatori del Massimino, per un momento, sono stati tutti per Marruocco. Hanno sorriso a quella stramberia da campetto d'oratorio, a quel momento in cui il portiere avversario si è ricordato all'improvviso che il calcio è un gioco. E, come un bambino, si è messo a giocare.

E allora, caro Babbo Natale, torniamo alle antiche abitudini. Quella che stai leggendo è una formale letterina con richiesta di regalo, ai sensi del codice postale della Lapponia. Quel che ti chiedo, quest'anno, è di regalarmi di nuovo il calcio. Quel gioco che non ho mai smesso di giocare da quand'ero bambino, e che quest'anno mi è stato rubato. Regalami vittorie o anche sconfitte, regalami sorrisi o anche lacrime. Ma regalami di nuovo il piacere di credere, almeno un po', a quello che vedo in campo. Regalami un pezzetto, un pezzetto soltanto, dello stupore di cui – al tempo di letterine ormai sbiadite – si riempivano i miei occhi alla vista di un prato verde.

Regalami il calcio, saprai tu come fare. Io comunque, al posto tuo, il consiglio delle tue renne non lo trascurerei.