Avvocati etnei contro la cassa di previdenza 
La petizione ha già raccolto oltre 400 firme

Leandro Perrotta

Cronaca – Gli abilitati alla professione forense devono pagare un minimo di tremila e 800 euro l'anno, a prescindere dal reddito. Un gruppo di legali ha promosso una raccolta firme a Catania e Palermo per la riduzione dei costi lamentando anche «gli sprechi di un ente che spende  tre milioni l'anno solo per gli organi direttivi»

In 24 ore una petizione per la riduzione drastica e immediata dei costi della cassa previdenziale forense ha raggiunto oltre 400 sottoscrizioni. A lanciarla un nutrito gruppo di avvocati etnei, non aderenti a nessuna associazione di categoria, che hanno iniziato a raccogliere le adesioni nei tribunali di Catania e Palermo. Tutto è però partito da una pagina evento Facebook, creata dagli avvocati promotori della petizione: Goffredo D’Antona, Monica Foti, Salvatore Manna, Dario Pruiti, Biagio Tinghino, Francesco Aurichella. Sotto accusa i costi della cassa previdenziale, la cui iscrizione è obbligatoria anche per chi ha appena superato l'esame di abilitazione, e che secondo quanto riferisce il penalista D'Antona, primo firmatario, «il versamento annuale parte da una base annua di tremila e 800 euro. Ed è da pagare a prescindere, anche se non si è fatturato nulla», afferma il legale. La base contributiva obbligatoria è un problema «soprattutto per i giovani, che spesso nei primi anni di attività faticano ad arrivare anche a guadagnare la cifra minima per la cassa. E per chi non paga ci sono pesanti sanzioni». 

Secondo un calcolo effettuato dai legali tramite il sito della cassa forense, che permette una simulazione, «chi versa i tremila e 800 euro minimi dopo 35 anni si ritroverà con una pensione di 370 euro», spiega D'Antona, che ha ormai oltre venti anni di professione alle spalle. «Nonostante io mi sia iscritto all'albo in un'epoca forse privilegiata rispetto all'attuale, il problema non riguarda solo i giovani: le sanzioni per chi sgarra e non paga arrivano anche a vedere triplicata la cifra. Si tratta di una contribuzione del dieci per cento più un ulteriore quattro per cento sul fatturato, che aggiunti alle varie tasse e imposte significa arrivare al 60 per cento di quanto incassato».

Sotto accusa anche «gli sprechi di un organo che spende tre milioni l'anno solo per gli organi direttivi», afferma D'Antona. Che precisa: «Non si tratta di spese per stipendi di dipendenti, ma di compensi per gli organi politici, per avvocati. Il presidente prende 73mila euro l'anno, il suo vice 56, oltre a 413 euro a titolo di gettone di presenza. Più di una pensione ipotetica. È indecoroso per la toga prendere più di quanto un avvocato avviato guadagna in un anno. Credo che la cassa forense spenda più in stipendi in amministratori di quanto un Comune grande come Catania spenda per emolumenti ad assessori e sindaco», conclude D'Antona.