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Il mercato della mia città, docufilm sulla fera 'o luni
«Un lugo d'inclusione animato da nuovi interpreti»

Salvo Caniglia

Cultura e spettacoli – Realizzato da Francesco Di Tommaso, è stato proiettato all'ex monastero dei Benedettini. I docenti Alessandro De Filippo e Alessandro Lutri analizzano il multiculturalismo della zona, definita «a più vite, non solo nel momento del commercio ma anche in quello della socializzazione». Guarda foto e video

L’unicità della fera 'o luni, uno dei mercati più antichi di Catania, diventa protagonista di un film-documentario realizzato da Francesco Di Tommaso. Proiettato nell'aula magna dell’ex monastero dei Benedettini e presentato da Alessandro De Filippo e Alessandro Lutri, rispettivamente docenti di Storia e critica del cinema e Antropologia all’università di Catania, Il mercato della mia città, questo il titolo del docufilm, mostra alcuni aspetti inediti della caratteristica fiera etnea. Le riprese, realizzate in un'unica giornata (il 19 settembre 2015) dalle tre del mattino fino al momento in cui la piazza si svuota, mostrano l’enorme lavoro che si cela prima dell’arrivo dei clienti. «Con il mio film - spiega Di Tommaso a MeridioNews - ho voluto rappresentare la continua trasformazione a cui si assiste, nell’arco di un’intera giornata, all’interno della fiera. Il mercato non è un luogo in cui prevale solo la questione economica, c’è soprattutto uno scambio culturale tra idee e storie personali differenti». 

Una telecamera posta dietro le quinte del più famoso mercato etneo per mostrare i tasselli di un mosaico che, ogni notte, si compone lentamente, dove ogni dettaglio assume una propria valenza e ogni parola diventa un particolare che svela i continui mutamenti. «Il primo messaggio, che un’opera invia allo spettatore, è dato dalla sua forma - spiega De Filippo -. Il video realizzato da Di Tommaso è articolato narrativamente come un documentario, capace di riprodurre una commistione di diversi linguaggi. Questi differenti livelli di comunicazione rappresentano esattamente il suo contenuto. Anche gli elementi musicali e visivi, che hanno una certa rilevanza, amplificano questa stratificazione. Il risultato - conclude De Filippo - è un documentario non perfettamente ordinato esattamente come il luogo rappresentato, che cambia continuamente volto nell’arco della giornata». 

Quella del mercato catanese, che dai primi anni dell’Ottocento si svolge in piazza Carlo Alberto, è, infatti, una tradizione che si tramanda da generazioni, anche se, negli ultimi anni, non sono mancati i cambiamenti. Alle vanniate esclusivamente autoctone si sono affiancati numerosi suoni esotici: cinesi, mauriziani, sudanesi e marocchini, solo per ricordarne alcuni, che, ogni giorno, trattano tutte le tipologie di merce. «il film di Di Tommaso è una foto contemporanea del mercato storico - spiega Alessandro Lutri - e mostra la complessità, le novità e i moderni soggetti che animano il mercato. A fera 'o luni, nel corso degli anni, si è trasformata diventando un luogo di inclusione, con nuovi interpreti che animano il mercato. Dal film - prosegue Lutri - appare chiaro che questo luogo ha più vite, non solo nel momento del commercio ma anche nel momento della socializzazione, soprattutto da parte dei non catanesi. Culture, ma soprattutto persone, che si incrociano e si confrontano in un luogo in cui viene data a tutti quanti la possibilità di svolgere la propria attività commerciale. Un aspetto per nulla scontato in altri mercati», conclude. 

Una fiera con una matrice prettamente meridionale e dove è ancora percepibile l’influenza della cultura araba, in cui ognuno ha una sua precisa mansione, affinché la piazza diventi un luogo di occasione per tutti. «Per quanto l'integrazione non sia capillare - aggiunge Di Tommaso - tutti i gruppi partecipano alle varie fasi che precedono la giornata lavorativa. Le squadre sono spesso miste e il senso di collaborazione, di appartenenza e di condivisione è percepibile dalla confidenza e dall'affiatamento che ho riscontrato tra loro. Io ho fatto molte riprese di nascosto - conclude il regista - perché non volevo persone che recitassero. Desideravo qualcosa di vero, che facesse emergere la fatica reale, quella che accompagna chi lavora, ogni giorno, dalle tre di notte alle nove di sera».