Foto di: Salvo Caniglia

Palazzo Beneventano, gioiello sconosciuto al pubblico
«Oggi studio di architettura, ma è sempre stato chiuso»

Salvo Caniglia

Cultura e spettacoli – «Un edificio che, ancora oggi, è sconosciuto a molti catanesi, poiché è proprietà privata». Lo dice Emilia Salviani, presidente dell'associazione La girandola, che ha organizzato un tour guidato nell'edificio di piazza Stesicoro, all'angolo tra corso Sicilia e via San Gaetano alla Grotta. Guarda le foto

Entrato nella storia di Catania per merito del più noto e autorevole esponente del casato dei baroni della Corte, il palazzo Beneventano rimane, ancora oggi, un edificio ricco di storia e di suggestioni. Su iniziativa dell’associazione La Girandola, in collaborazione con lo studio di architettura Base 51, l’immobile, normalmente non accessibile al pubblico, è stato fruibile ai visitatori per qualche ora, facendo registrare un consistente numero di adesioni. «Abbiamo scelto il palazzo Beneventano come punto di partenza delle nostre attività - afferma la presidente dell’associazione, Emilia Salviani - per aprire le porte di un edificio che, ancora oggi, è sconosciuto a molti catanesi, essendo una proprietà privata. Un modo per affiancarci alle iniziative mirate ai beni pubblici, al fine di riscoprire le bellezze della nostra città». Situato sul lato est di piazza Stesicoro, all’angolo tra corso Sicilia e via San Gaetano alla Grotta, il palazzo, commissionato dalla famiglia Pavone, fu venduto nel 1870 al barone Giuseppe Luigi Beneventano della Corte e ultimato dall’ingegnere Giuseppe Lanzerotti

«L’edificio è stato costruito su un terreno espropriato ai gesuiti - racconta l’architetto Mario Caruso - a seguito di una legge dello Stato, del 1866, che confiscò tutti i beni ecclesiastici. Rivenduto successivamente ai privati, fu acquistato dal barone per i suoi soggiorni nella città etnea. La costruzione su un suolo sacro espropriato - conclude Caruso - ha generato diverse leggende sul palazzo, interpretando come una maledizione le turbolente vicende che lo hanno attraversato. E’ una storia affascinante che stiamo cercando di ricostruire». Politico e mecenate lentinese, al barone Beneventano si deve anche la costruzione dei palazzi di Scicli e Lentini che, insieme a quello catanese, costituiscono uno straordinario esempio di architettura neoclassica, finemente decorati all’interno. «Molte delle scelte stilistiche e architettoniche che caratterizzano il Palazzo Beneventano etneo - spiega l’architetta Eleonora Bonanno - richiamano il vicino palazzo del Toscano. Originariamente l’intera proprietà si affacciava anche sul corso Sicilia, dove c’erano le camere da letto e le stanze per la servitù. Oggi rimane solo il primo piano, che rappresentava il piano nobile. Un appartamento di seicento metri quadrati - aggiunge - dove è possibile ammirare la Saletta della lettura, il Salone degli Amorini, la Sala di Bacco e quella della Musica, tutti magistralmente decorati dai migliori artisti dell’epoca, come Alessandro Abate, Alfonso Orabona e Giuseppe Sciuti>>. 

Il palazzo, che ha rappresentato lo splendore e il prestigio della famiglia Beneventano tra il XIX e il XX secolo, dopo la morte del barone ha rischiato più volte di essere raso al suolo. Dopo essere stato sede del comando alleato a Catania, durante la seconda guerra mondiale, a metà degli anni cinquanta era stato, inizialmente, inserito tra gli edifici da abbattere con l’operazione definita lo sventramento di San Berillo. Smembrato, infine, dagli eredi e diviso in lotti, è stato acquistato dal Banco di Sicilia per essere rivenduto ai privati. «Non abbiamo certezze sui motivi che costrinsero gli eredi a vendere il palazzo - prosegue Bonanno - Sono state avanzate ipotesi legate alle perdite al gioco, o a causa di una donna o per scelta della famiglia. L’aspetto più curioso, però, riguarda il successivo proprietario. All’inizio degli anni ottanta l’immobile -conclude l’architetta - è stato acquistato da Paolo Sorrenti, un commerciante che ogni giorno salutava il barone al suo passaggio. Dopo essere stato restaurato è passato agli eredi che, tutt’oggi, sono i proprietari».