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Il caso di Rouben, picchiato per un post su Sant'Agata
Esperta cyberbullismo: «Linciaggio, tutti responsabili»

Luisa Santangelo

Cronaca – Una frase su Facebook con un commento sulla patrona della città, gli insulti, le minacce, l'aggressione fisica e il caso che finisce su Chi l'ha visto?. «Un caso unico sotto alcuni aspetti, ma perfettamente standard sotto altri», lo definisce Isabella Mastropasqua, dirigente del ministero della Giustizia e studiosa di questi temi

«È la prima volta che mi capita un caso in cui tutto parte da una questione religiosa. Probabilmente, la critica a qualcosa di emotivamente molto sentito ha esacerbato il conflitto». Isabella Mastropasqua, dirigente dell'ufficio Studi, ricerche e attività internazionali del ministero della Giustizia, ascolta la storia di Rouben in silenzio. In Italia Mastropasqua è una delle massime esperte di cyberbullismo e segue da vicino le attività dell'Osservatorio nazionale sul Cyber crime, eppure quello che è successo nel capoluogo etneo la lascia comunque senza parole: «Sicuramente ci saranno degli aspetti sociali che non riesco a inquadrare - dice a MeridioNews - Quel che è certo è che è un caso particolare sotto molti punti di vista, ma assolutamente standard sotto altri». Quando Rouben, 17 anni, ha scritto sul suo profilo Facebook un commento sulla festa di Sant'Agata probabilmente non pensava che le cose sarebbero andate così: in centinaia lo hanno insultato e minacciato di morte sui social network, finché l'1 aprile una passeggiata alle 19.30 alla Villa Bellini - dopo settimane di reclusione in casa per la paura - gli è costata contusioni alla spalla destra e un malessere da cinque giorni di prognosi. Perché alcuni coetanei, incrociandolo per la strada, hanno deciso di picchiarlo

«'Na statua ca avi occhi e non viri, avi 'ucca e non para, avi aricchi e non senti. Stati 'mpazzennu pp'avviriri 'na statua ca furia pa' via Etnea?», è il contenuto del post che il giovane ha pubblicato il 22 gennaio. Tradotto dal dialetto, significa, più o meno: «Una statua che ha occhi ma non guarda, ha bocca e non parla, ha orecchie e non sente. Davvero state scalpitando per vedere una statua che gira per via Etnea?», in riferimento alla processione che si sarebbe svolta il 4 e il 5 febbraio. Da quel momento in poi, però, per Rouben è cominciato un vero e proprio assalto. In poco più di 24 ore erano a decine gli adolescenti che dicevano di sapere dove abita, gli anticipavano le botte che avrebbe ricevuto se fosse uscito di casa, gli annunciavano che un'onta come quella dell'avere parlato male della santa patrona di Catania gli sarebbe stata fatale. Una questione sulla quale era impossibile soprassedere, secondo molti. «Quei concetti sono espressi nella Bibbia - dice Maria Grazia, la madre di Rouben - Noi abbiamo chiesto scusa, ma non si capisce perché non si voglia capire il reale senso delle parole di mio figlio».

Il 23 gennaio, un giorno dopo la pubblicazione del post su Facebook, Rouben e la madre vanno a denunciare le minacce ricevute in questura. Ma i commenti non si placano. Il post di Rouben non ha restrizioni della privacy, le immagini dello schermo rimbalzano da un profilo all'altro, alcuni giovani conoscono gli orari e la linea di autobus che il ragazzo prende per andare a scuola. E non c'è verso di fare smettere la marea di commenti e messaggi che, dopo il figlio, prendono di mira anche la mamma, intervenuta a difenderlo. Finché l'1 aprile, quando la situazione sembra essersi calmata, dopo settimane chiuso in casa senza uscire, Rouben va a fare una passeggiata nel centro di Catania con due amiche. Alla Villa Bellini viene riconosciuto e aggredito. Il 12 aprile questa storia finisce su Chi l'ha visto?, la trasmissione televisiva di Rai 3, e il tema torna di attualità. La polizia postale ha aperto un'inchiesta ma le bocche, visto anche il clamore suscitato dal caso, sono cucite.

«Le aggressioni in Rete mirano, nella maggior parte dei casi, a limitare la possibilità di esprimersi - spiega Mastropasqua - La vittima viene privata del diritto di pensiero o di parola, e a farlo sono gruppi di persone che vogliono affermare il proprio potere. O il potere del proprio pensiero, della propria condizione di normalità, e quindi di posizione di forza, per come la percepiscono». In altri termini, è fare prevalere le proprie idee su quelle degli altri. A rendere più facile la prepotenza, però, «è agire tramite internet: la Rete permette una de-responsabilizzazione collettiva: quelle cose non le stai dicendo direttamente, non sei il solo a dirle, non stai guardando in faccia chi le subisce. È come un linciaggio: se tutti sono responsabili, chi è responsabile?». Come nel linciaggio reale, anche quello online ha conseguenze. Che spesso, come nel caso di Rouben, si riverberano sulla realtà. «Sui social è impossibile rendersi conto delle reali conseguenze di quello che si fa. Se io do un cazzotto a una persona, la vedo sanguinare e mi rendo conto del male che le ho fatto - prosegue la dirigente del ministero della Giustizia - Se io le auguro la morte in un commento, invece, non mi accorgo se la ferisco, la impaurisco, la getto nel panico, le causo problemi profondi. E così non mi fermo, vado avanti, continuo».

La scelta della signora Maria Grazia di rivolgersi alla trasmissione Chi l'ha visto? e di farsi intervistare dal quotidiano online Fanpage, poi, è «coraggiosa e anche culturalmente importante. La vittima paga a lungo le conseguenze di quello che le capita e in Italia non c'è una grande cultura dell'attenzione nei confronti di chi subisce atti di violenza». Dal racconto pubblico, quindi, passa la formazione di una coscienza collettiva su un tema, quello del cyberbullismo, col quale è ancora difficile rapportarsi. «La gestione di un evento di questo genere, per una famiglia, è una questione complessa - aggiunge ancora Isabella Mastropasqua - Tutti i componenti del nucleo familiare non possono e non devono essere lasciati soli. Serve supporto psicologico, perché il rischio è di trattare con superficialità un fenomeno del quale non si capisce ancora la portata reale. Anche chi aggredisce, in un certo senso, è una vittima: di questi tempi, dell'ignoranza, della poca conoscenza degli strumenti. I nativi digitali sanno usare perfettamente, dal punto di vista pratico, tutte le tecnologie. Ma hanno di fronte genitori e insegnanti che, per distanza generazionale, lo sono molto meno. E guidarli è la vera difficoltà. Le buone pratiche dei progetti scolastici una tantum non bastano, serve agire nella quotidianità».