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Lombardo, procura sceglie l'Appello per voto di scambio
«Per il patto serviva un uomo tra i più potenti di Sicilia»

Dario De Luca

Cronaca – I magistrati etnei hanno impugnato la sentenza d'assoluzione dell'ex presidente regionale e del figlio Toti. Per la giudice appare piena l'estraneità del primo, mentre per l'accusa un allora studente 24enne alle prime armi non avrebbe potuto tenere fede all'impegno in cambio dell'elezione a deputato regionale

L'amore mai sopito per la politica che torna ad accendersi in vista delle prossime regionali di novembre. Ma anche un nuovo processo che inizia a intravedersi all'orizzonteDopo l'assoluzione in Appello per concorso esterno e la condanna per voto di scambio aggravato a due anni, Raffaele Lombardo presto dovrà ripresentarsi nelle aule del tribunale di piazza Giovanni Verga. Con lui ci sarà ancora una volta il figlio e deputato regionale Toti. Entrambi accusati di voto di scambio dalla procura di Catania guidata da Carmelo Zuccaro, che ipotizza l'esistenza di un patto basato su consensi elettorali in cambio di posti di lavoro per le regionali del 2012 e per le nazionali del 2013. Il primo round di questa storia si era concluso con l'assoluzione «perché il fatto non sussiste» a ottobre 2015. Adesso però i giochi si riapriranno con i magistrati Rocco Liguori e Lina Trovato che hanno deciso di impugnare la decisione della giudice monocratica di primo grado Laura Benanti. Sul banco degli imputati anche altre tre persone: l'ex consigliere di municipalità Ernesto Privitera e i suoi parenti Angelo Marino e Giuseppe Giuffrida

«La sentenza non è espressione della verità processualmente accertata, fondata su una errata valutazione dei fatti e non corretta interpretazione delle norme di riferimento», scrivono i magistrati Liguori e Trovato nelle motivazioni dell'impugnazione. Per i pm sono le intercettazioni finite nel fascicolo la chiave di volta per ricostruire il presunto patto elettorale, che avrebbe avuto come protagonisti i due politici autonomisti. «Appare chiaro l'impegno di procurare un lavoro ai parenti di Privitera - scrivono -. A prenderlo è stato personalmente Toti Lombardo, condividendolo con il padre Raffaele». Sarebbero le parole di Privitera e la sua «condotta spregiudicata» a fare emergere, almeno secondo l'accusa, «l'evidenza di una negoziazione avvenuta a monte e che deve essere rispettata». In una di queste chiamate l'ex consigliere e militante Mpa spiegava a un uomo: «Noi abbiamo lavorato e tu hai preso l'impegno con mio cugino».

Proprio Privitera occupa un ruolo chiave nel processo. Nato dallo stralcio di un'inchiesta per un presunto scambio elettorale politico mafioso a carico del consigliere comunale Alessandro Porto e di altre sette persone. Il faldone a carico del politico cittadino viene archiviato, ma resta vivo lo stralcio che riguarda i Lombardo, Privitera e i suoi parenti. Nel 2010 a parlare con i magistrati sono i collaboratori di giustizia Gaetano D'Aquino e Vincenzo Pettinati, entrambi orbitanti nelle fila del clan mafioso dei Cappello. Il primo, ex killer e reggente, tira in ballo proprio il consigliere Porto, ma la posizione di quest'ultimo viene archiviata. Il secondo collaboratore, invece, racconta di avere ricevuto su incarico del capomafia Giovanni Colombrita la somma di diecimila euro. Soldi che, stando alle dichiarazioni del pentito, gli erano stati consegnati dal futuro sindaco di Catania Raffaele Stancanelli nella sede di via Fanteria, dove all'epoca c'era un club di tifosi del Catania, I pazzi. Per questo gli investigatori decidono di piazzare delle cimici con le quali captano lo spaccato del mercato dei voti. I protagonisti delle chiacchierate, avvenute a ottobre 2012, non vengono però identificati. «Ho procurato 250 voti per 1500 euro», spiega un uomo. «Guarda che ci vogliono 80 euro a voto», replica l'altro. 

«È provato che Privitera e Marino avessero sostenuto fattivamente la candidatura di Toti Lombardo [...] Dai discorsi tra i primi due e con terzi si capisce che qualche accordo con il candidato era stato fatto. Era stato promesso loro qualcosa e, in virtù di questo, avevano compiuto una certa prestazione», si legge nelle motivazioni dell'assoluzione dei Lombardo e degli altri imputati. Ma a non convincere la giudice Benanti sul reato sono alcuni elementi: «Non si accenna mai a quanti voti Privitera e Marino avrebbero dovuto reperire». In un contesto in cui risulta «piena l'estraneità di Raffaele Lombardo». Secondo la giudice, quindi, qualunque tipo di impegno - posto che ci sia mai stato - non sarebbe stato preso dall'ex presidente della Regione. Il suo intervento «penalmente irrilevante» sarebbe stato soltanto successivo alle elezioni regionali coincidendo con l'effettiva assunzione di Giuffrida nella ditta Ipi srl, impegnata insieme alla Oikos nell'appalto per la raccolta dei rifiuti a Catania. Per la giudice «nulla vieta di premiare i propri elettori come si crede» in un contesto in cui la presa di posizione di Lombardo risulterebbe comunque consecutivo all'eventuale consumazione del reato. Posizione però non condivisa dall'accusa nel documento di ricorso in Appello: «L'impegno doveva essere preso necessariamente dall'ex presidente, da uno degli uomini più potenti della Sicilia, e non da un giovane studente universitario di 24 anni alla sua prima esperienza politica».

La giudice Laura Benanti conclude nelle motivazioni spiegando come «il processo non ha permesso di stabilire quale fosse l'accordo stipulato tra Privitera, Marino e Toti Lombardo. Né a quali prestazioni si fossero vincolati», motivi per i quali risulta essere «assente una prova sufficiente sul reato». Dal canto suo, il giovane parlamentare regionale avrebbe reagito alle aspettative di Privitera e Marino con «sostanziale indifferenza» tanto da dimostrarsi «non vincolato e anzi palesando un evidente fastidio per le insistenze dei due».