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Foto di Kriisi

La storia di Catania attraverso miti e toponomastica
Studiosa: «Nei nomi c'è la percezione dell'identità»

Salvo Caniglia

Costume e società – Il libro di Gabriella Alfieri I vestigi dei nomi. L’identità di Catania tra storia e mito è un tuffo nella storia della città partendo dalle denominazioni di strade, quartieri fino alle tradizioni popolari. Un bagaglio che, nel corso dei secoli, è stato influenzato dal rapporto tra comunità e territorio, ma lo ha anche rimodellato

Tracce del passato ricostruite attraverso un appassionante studio, intrecciando la storia, il mito e tutto ciò che si ritrova nei nomi di località, strade, personaggi mitici e di un tempo lontano, ma anche in semplici oggetti culturali o parti del territorio. I vestigi dei nomi. L’identità di Catania tra storia e mito, è il volume, edito dal Centro studi filologici e linguistici siciliani, di Gabriella Alfieri, ordinaria di Storia della lingua italiana all’Università di Catania, che ci restituisce l’immagine storico-percettiva e simbolico-percettiva della città nei secoli centrali dell'età moderna

«Attraverso la stratigrafia dei nomi – spiega Alfieri - si recupera il succedersi delle varie civiltà e delle varie comunità che hanno dato una loro impronta a Catania e quindi anche al carattere culturale». Un complesso approccio interdisciplinare che attraverso la storia della lingua, usata come chiave di lettura per interrogare il territorio e la comunità catanese, ribadisce il legame inseparabile della città con il proprio vulcano e conferma la consistenza storica e mitica del triangolo Montagna-Piana-Mare come culla del destino geo-storico della città. «Siamo abituati a pensare alle attuali dimensioni di Catania – prosegue la studiosa - mentre invece fin dai suoi albori la città è legata a questo triangolo fatto dai tre vertici fondamentali su cui si è scritta la storia del territorio da ogni punto di vista». 

Il libro è una meticolosa ricostruzione, sulla base di dati toponomastici rivisitati attraverso fonti documentarie o storiografiche, dove ciascun capitolo è tappa di un percorso ideale che si snoda dalle due grandi catastrofi naturali che hanno colpito la città nella seconda metà del Seicento. «L’eruzione dell’Etna del 1669, ma soprattutto il terremoto del 1693, che ha completamente cancellato la facies antica di Catania – osserva Alfieri - hanno influito sull'aspetto urbanistico della città. Tra la fine del Seicento e i primi del Settecento Catania risorge con criteri moderni e l’immagine che ne viene fuori è quella di una città che sa trarre nuove energie dalle catastrofi e che si sa rinnovare senza rinnegare il proprio passato. Perché i nomi dei luoghi e delle strade sono un recupero consapevole». 

Ecco così che una selva di nomi, ciascuno dal forte valore identitario, ridisegna i destini della città. Se la ricostruzione dopo il terremoto del 1693 è stata simbolicamente marcata dalla ridenominazione dei quartieri in cui era suddivisa la città, la celebrazione post-Unità d'Italia dei miti letterari nazionali aveva comportato una nuova intitolazione di molte vie cittadine. «Il cambio dei nomi delle strade, prima più aderenti alla storia locale, spiega come cambia la percezione del territorio da parte della comunità – aggiunge Alfieri - Piazza Mazzini, ad esempio, prima si chiamava piazza San Filippo perché prima la toponomastica era legata ai nomi di santi e chiese. Via della Luminaria - poi via degli Schioppettieri - diventa via Manzoni e piazza Borgo, dopo l’Unita, diventa piazza Cavour. L’intento era di dare aggregazione, invece – ricorda la scrittrice - il Borgo si era formato con gli sfollati che erano sfuggiti dall’eruzione dell’Etna». 

Quartieri, porte, contrade, vie e piazze e siti monumentali diventano elementi di identificazione sociale e percezione culturale segnando, insieme ai nomi comuni, la storia di Catania. «A varca a nivi (la barca della neve) – spiega ancora Gabriella Alfieri - un vascello con cui, in passato, si trasportava a Malta la neve dell’Etna coperta dalla paglia, per dare un po' di refrigerio agli abitanti di un’isola quasi desertica, ci racconta la storia economica della città». E anche gli indiani d'America hanno detto la loro su questa singolare dinamica studiata nel testo: «Un’importantissima testimonianza antropologica – aggiunge la docente - la ritroviamo nelle parole di uno dei più importanti capi tribù dei pellerossa. Quando venne a Catania, negli anni '50, disse che l’Etna gli sembrava una grande tenda di neve. Questa perifrasi fa capire come ognuno vede il territorio secondo la sua esperienza». 

C'è poi spazio per la storia della patrona di Catania, autentica icona identitaria e interiore della città. Sul fronte dei nomi propri, Sant'Agata viene rivisitata nella sua origine agiografica, mentre i nomi comuni di oggetti e simboli del culto agatino rivelano la percezione della Santuzza nel vissuto popolare. «Il culto di Sant’agata oltre ai nomi tradizionali o all’etimologia del nome della santa – prosegue Alfieri - ci mostra come anche le candelore avevano un loro nome preciso, perfettamente identificabile, che non era quello dei mestieri. Ad esempio la candelora dei panettieri - la più pesante, dall’andatura ondeggiante simile a quello di una donna in avanzato stato di gravidanza - era nota come la Mamma». Tracce emblematiche della parabola evolutiva della città ricostruite attraverso una sequela di dati che testimoniano i cambiamenti di significato anche nel corso dei secoli. «Sono partita dagli storici del Seicento e poi del Settecento e dell’Ottocento – conclude Alfieri - per vedere come lo stesso fenomeno poteva essere letto e interpretato anche nella maniera opposta rispetto ad un momento passato».