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Mafia, le mani dei Cappello sul business dei rifiuti
Appalti milionari e la zona grigia della criminalità

Già coinvolto nel blitz Penelope di gennaio, scattano nuovamente i sigilli per diverse aziende, auto e fabbricati riconducibili a Giuseppe Guglielmino, l'ex sorvegliante di cantiere che girava in Porsche e che, spiegano gli investigatori, grazie ai suoi legami con la mafia avrebbe costruito un piccolo impero sulla spazzatura

Luisa Santangelo

«Un soggetto socialmente pericoloso, scaltro e particolarmente attento agli affari». Insieme ai rapporti strettissimi con l'ala militare del clan Cappello-Bonaccorsi e con Massimiliano Salvo, un «coinvolgimento organico» nelle attività della cosca e la vicinanza personale con la figlia di un noto esponente mafioso. È il ritratto che gli investigatori disegnano di Giuseppe Guglielmino, classe 1974, già coinvolto nel blitz Penelope di gennaio 2017 e presunto deus ex machina di un impero di aziende che lavorano nel settore della raccolta e trattamento dei rifiuti. Dopo il sequestro per la presunta contiguità con la famiglia del boss Turi Cappello, adesso arriva la misura preventiva per beni e società del valore di oltre 12 milioni di euro. Il tribunale ha messo i sigilli ad auto, immobili, conti bancari e alle società Geo ambiente (sede legale a Belpasso), Clean up (Motta Sant'Anastasia), Eco business (Siracusa) ed Eco logistica (Aci Sant'Antonio) - già finite nelle carte dell'inchiesta di gennaio -, alla ditta individuale Consulting business (San Gregorio di Catania) e alla Work uniform Catania). Un giro di imprese che gli investigatori ritengono tutte collegate a Guglielmino, ex sorvegliante di cantiere che girava con la Porsche, adesso detenuto.

«È un colpo alla zona grigia della mafia», dice Antonio Salvago, capo della squadra mobile di Catania. Che, insieme alla divisione anticrimine guidata da Ferdinando Buceti, ha ottenuto ed eseguito il decreto di sequestro dal tribunale. «Guglielmino - spiega Salvago - è un imprenditore funzionale agli scopi dell'organizzazione mafiosa». Tra i legami che lascerebbero supporre una contiguità con il clan Cappello-Bonaccorsi c'è la sua relazione con Alessia Pardo, figlia di Orazio, definito «noto esponente di vertice» del clan Cappello-Bonaccorsi. «Le sue aziende erano un motore di denaro per il clan - continua il capo della mobile - Spesso davano lavoro a esponenti della criminalità organizzata». Che si sarebbe occupata anche di «risolvere eventuali problemi». Di questo si sarebbe occupato Massimiliano Salvo, presunto capo della frangia militare dei Cappello.

«Il sequestro - interviene Ferdinando Buceti dell'Anticrimine - si accompagna all'affidamento delle imprese a un amministratore giudiziario, un'attività purificatrice necessaria per ripulire interi settori appannaggio del malaffare». Un'operazione utile anche alla parte sana del settore minata, sottolineano gli investigatori, dalla «spregiudicatezza con cui Guglielmino poteva agevolmente aggiudicarsi appalti». Tra i business più redditizi è certamente il comparto dei rifiuti, anche in Campania e Calabria, a cui i Cappello si sarebbero avvicinati tramite una rete di prestanome. «Individuare correttamente il patrimonio e i soggetti terzi a cui è intestato è difficile - continua Buceti - Vero è che ci avvaliamo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma le loro dichiarazioni sono alle volte datate e vanno tutte verificate». A essere sequestrati, in vista della definitiva confisca, sono state sei imprese tutte operanti nel settore della gestione dei rifiuti, ma non solo. I sigilli sono scattati anche per sei fabbricati a Catania e due a Fiumefreddo, e undici auto tra utilitarie, berline e furgonicini.

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