Voto di scambio, Lombardo parla in aula
Il boss Rosario Di Dio sceglie il silenzio

Cronaca – Seconda udienza presenziata dal presidente regionale per il processo a carico suo e del fratello Angelo per voto di scambio. Dopo quasi cinque ore, Raffaele Lombardo decide di rivolgersi al giudice per «smontare tutto quello che abbiamo sentito in questi mesi». Ha deciso invece di avvalersi della facoltà di non rispondere il boss di Ramacca. Sentito per tre ore il maggiore del Ros dei Carabinieri di Catania Lucio Arcidiacono

«Non è stato difficile smontare tutto quello che abbiamo sentito in questi mesi». Si dice sereno il governatore siciliano Raffaele Lombardo all'uscita dell'udienza per il processo che lo vede imputato, insieme al fratello Angelo, con l'accusa di voto di scambio. E' invece apparso nervoso dopo cinque ore trascorse in aula a Bicocca e anche durante. Soprattutto quando si alza e, avvicinandosi al giudice, annuncia di voler rendere delle dichiarazioni spontanee. «Nella mia ignoranza pensavo che anche l'imputato potesse fare delle domande ai testimoni – spiegava poco prima dell'udienza –Ho scoperto invece che può rendere solo delle dichiarazioni spontanee». E così ha fatto qualche ora dopo. Impossibile un confronto con Rosario Di Dio - il boss di Ramacca intercettato mentre fa riferimento proprio al governatore – che ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Ascolta lo sfogo di Raffaele Lombardo fuori dall'aula

Ad essere ascoltato ieri, nell'aula tre di Bicocca, è stato invece il maggiore del Ros – reparto operativo speciale - dei Carabinieri di Catania Lucio Arcidiacono. Quasi tre ore di testimonianza – e solo uno il bicchiere d'acqua bevuto dal maggiore – non ancora terminata. Il suo esame da parte dell'accusa riprenderà in una prossima udienza, insieme a quello della difesa. Ma non nella prossima, fissata per il 25 maggio, in cui la stessa trafila sarà seguita per l'audizione di Gaetano D'Aquino in videoconferenza, interrotta la scorsa volta da continui problemi tecnici.

Il racconto di Arcidiacono parte da molto lontano. Da quando, dopo l'operazione antimafia Dionisio del 2005, i Ros cercano di capire chi saranno i prossimi personaggi a poter scalare la gerarchia criminale nella provincia di Catania. Due i possibili nomi individuati: Vincenzo Aiello – capo provinciale di Cosa Nostra – e Rosario Di Dio, boss di Ramacca. Il primo in particolare risultava un elemento di spicco già dal 1993. Ritenuto il cassiere della mafia, in passato ha visto come suoi co-imputati personaggi del calibro di Bernardo Provenzano, Piddu Madonia e Nitto Santapaola. Intimo amico di Aiello è, secondo la testimonianza del maggiore, il geologo Giovanni Barbagallo. Nella masseria di sua proprietà in contrada Margherito a Ramacca, infatti, il boss era così di casa da rifugiarvisi nei momenti di tensione all'interno della famiglia criminale etnea. Nella stessa casa, secondo il racconto del maggiore, si sarebbero tenute diverse riunioni tra esponenti mafiosi e «un incontro conviviale a cui ha preso parte anche l'onorevole Angelo Lombardo». Sempre Barbagallo sarebbe stato vicino ad Alfio Stiro, condannato per associazione mafiosa. Quest'ultimo, racconta Arcidiacono, si sarebbe rivolto al geologo affinché «caldeggiasse con Angelo Lombardo la candidatura del genero, Dario Sinatra». Effettivamente candidato nel 2006 nelle liste dell'Mpa a Gravina e fotografato insieme a Barbagallo mentre entra nella sede etnea del partito. «La lista dell'Mpa a Gravina era stata curata dall'ex sindaco Gaetano Bonfiglio».

C'è un'altra figura alla quale il maggiore attribuisce particolare importanza. E' quella di Marco Campione, imprenditore agrigentino spesso nominato da Vincenzo Lo Giudice, nel 2001 deputato regionale dell'Udc – allora partito di Raffaele Lombardo – arrestato nel 2004 nel corso dell'operazione Alta mafia insieme al figlio Calogero, allora alla provincia di Agrigento, reintegrato nel 2006. Secondo Arcidiacono sarebbero diversi gli appalti milionari concessi alle ditte collegate a Campione, sia sotto il governo regionale di Lombardo che prima con Totò Cuffaro. L'attenzione del maggiore va soprattutto al rapporto tra la Girgenti Acque dell'imprenditore e la Acoset, l'azienda catanese per la gestione idirica «di cui Angelo Lombardo è stato consigliere dal 2004 al 2006», dice. «La regione destina le risorse alle varie Ato acqua – spiega Raffaele Lombardo - Se poi queste siano formate da una ditta o l'altra oppure se subappaltano il servizio sta lontano mille miglia dalla conoscenza che può avere anche lo stesso assessore regionale o capo del dipartimento». Che comunque, specifica il governatore, sono gli unici a poter sapere come sono andate le cose.

Ascolta un passaggio delle dichiarazioni spontanee del governatore Lombardo

Tra le dinamiche ricostruite dal maggiore del Ros, anche gli interessi criminali dietro diversi grossi appalti siciliani degli ultimi anni. Quelli di Vincenzo Aiello per il parco commerciale Tenutella – oggi Centro Sicilia – e l'apertura di punti vendita Eurospin ad Agrigento. E ancora quello per il parco tematico di Regalbuto, «un progetto per cui servivano 700 milioni di euro, 100 dei quali stanziati dallo Stato, con l'autorizzazione della Commissione europea, ma a cui erano interessate anche le famiglie mafiose di Catania e Palermo». Appalti gestiti con un semplice sistema di spartizione: «Il 20 per cento alla mafia, il due alla politica e il resto all'imprenditoria».

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