Se muoio sopravvivimi, storia di Lia la ribelle
Cercava la libertà, uccisa dal padre-boss

Salvo Catalano

Cultura e spettacoli, Costume e società – Nella Palermo di inizio anni '80 Lia Pipitone è una ragazza troppo libera. Soprattutto perché figlia di un boss vicino ai corleonesi. La decisione di lasciare il marito, l'ultima di tante scelte indipendenti, fa infuriare il padre padrone che ordina di ucciderla. E' questo quanto raccontano alcuni pentiti. La storia di Lia, arricchita di testimonianze e di nuovi elementi che hanno fatto riaprire l'inchiesta dei magistrati, è raccolta nel libro Se muoio sopravvivimi, (mercoledì verrà presentato alla Feltrinelli di Catana) scritto dal figlio Alessio Cordaro e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Uno dei misteri di Palermo che, come tante altre storie dimenticate, meritava di essere raccontato»

Lia Pipitone ha 25 anni nella Palermo insanguinata dei primi anni '80. Ama le poesie di Pablo Neruda, le passeggiate in via Roma, il corso dello shopping palermitano, e il mare dell’Arenella, dove passa intere giornate con Alessio, il figlio di quattro anni. Un’immagine ritorna spesso nei suoi disegni: quella di due mani che spezzano una catena. Sette anni prima, quando ne aveva appena 18, si era innamorata tra i banchi di scuola e aveva deciso di scappare di casa per sposarsi. Una decisione azzardata e coraggiosa, come tutte quelle della sua vita, perché Lia ha un padre ingombrante. Si chiama Antonino Pipitone e dell’Arenella, il quartiere dove vivono, è il boss benedetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.

I padrini, su indicazione del padre, si mobilitano per cercare la giovane coppia. La trovano in un paesino della provincia e Lia è costretta a tornare a Palermo, portandosi dietro la sua voglia di libertà. Che non si ferma neanche quando nel quartiere comincia a girare la voce che lei, la figlia del boss, esce troppo da sola e si frequenta con un altro uomo. Quando una sera a cena comunica al padre padrone che ha deciso di andare a vivere per conto suo senza il marito, Pipitone si alza e le sputa in faccia. È l’estate del 1983.

Il 23 settembre, poco prima delle sei e mezza del pomeriggio, Lia entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia. La rapina è solo una messinscena, confesseranno alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.

Già, perché il clamore per quella morte fu tanto nel quartiere. Così come al tempo delle prime dichiarazioni dei testimoni di giustizia, dieci anni fa. Se ne parlò molto, ma per poco tempo. Poi la storia di Lia tornò nel dimenticatoio, tra i misteri di Palermo. A rendere più fitto il mistero si aggiunge quanto successo il giorno dopo dell’omicidio della giovane. Viene trovato morto Simone Di Trapani, il lontano cugino con cui Lia negli ultimi mesi si era confidata. Un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale. Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».

«C’erano sette account su Facebook con il nome Alessio Cordaro. Ma solo in una pagina ho trovato le foto di un ragazzo che si lancia col paracadute, e poi da una gru alta cento metri con una fune attaccata ai piedi. In un’altra foto, Alessio Cordaro sfreccia su una moto Ducati. Oppure, tiene un serpente in mano. E poi ancora è agganciato al portellone di un aeroplanino fra le nuvole, mentre fa delle riprese con una telecamera. Ho subito pensato che fossi tu il figlio di Rosalia Pipitone, un tipo un po’ matto. E guardando quelle foto cominciavo a immaginare la giovane madre di Alessio e la sua voglia di libertà». Questa è la prima email che Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha inviato ad Alessio Cordaro, il figlio di Lia Pipitone. «Avevo sentito parlare di questa storia, ma solo recentemente ho deciso di cercare Alessio», spiega Palazzolo. Da quel primo approccio, entrambi hanno iniziato un viaggio: per il cronista è stata un’inchiesta nella Palermo che assisteva all’ascesa al potere dei corleonesi. Per il figlio è stato un percorso alla ricerca della madre.

«Volevo rispondergli che non ero io la persona che cercava», spiega Alessio. Invece ha impiegato qualche giorno, ma alla fine ha accettato. Da quel sì è nato Se muoio sopravvivimi, un libro, edito da Melampo, scritto a quattro mani che ripercorre la storia della giovane Pipitone e che verrà presentato mercoledì pomeriggio alle 18 alla

[caption id="attachment_55986" align="alignright" width="300"] Lia Pipitone con il figlio Alessio[/caption]

Feltrinelli di via Etnea a Catania. Il titolo è tratto da una poesia di Neruda, quella preferita da Lia. «Abbiamo raccolto testimonianze di amici e parenti – racconta Palazzolo – da cui emerge il ritratto di una ragazza ribelle». Nel corso della stesura del libro, viene fuori che un pentito dimenticato, Angelo Fontana, nell’ambito di un’altra inchiesta, aveva già fatto il nome dei due sicari, ma all’epoca non era scattata nessuna ulteriore verifica.

Oggi, grazie ai nuovi elementi raccolti nel volume, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, che già aveva seguito il primo processo, hanno riaperto l’inchiesta. Ma come è possibile che per tanto tempo nessuno ha più parlato di questa storia? «Per Cosa nostra – racconta il giornalista nel libro – il vero lavoro sporco comincia dopo l’omicidio, perché c’è da rimuovere ogni traccia della vittima: ogni parola, ogni pensiero, ogni intuizione. Perché sono le parole, i pensieri, le intuizioni verso la verità che fanno davvero paura ai mafiosi e ai loro complici, spesso insospettabili». «In Sicilia – aggiunge Palazzolo – non ci sono solo magistrati e poliziotti che hanno fatto la lotta alla mafia, ma anche semplici siciliani che hanno combattuto per avere una vita normale e per questo sono morti. Vittime considerate di serie B, famigliari che portano dentro l’amarezza e le storie che devono essere raccontate».

Alessio in questi giorni è inseguito da tanti giornalisti, ma non è ancora riuscito a vincere l’emozione che lo pervade ogni volta che deve raccontare la stessa storia. Quella sua e di sua madre. «In tutti questi anni ho maturato una sorta di rifiuto per tutto quello che riguarda l’aspetto cronistico dei fatti», spiega. Quanto sa di sua madre lo ha ricostruito dai racconti degli amici e dei parenti. «Dicono che ho preso il 90 per cento da lei, soprattutto l’urgenza di affermare la mia libertà». Solo una cosa sembra non combaciare. Alessio non ama il mare. Anzi, lo evita proprio. Il perché lo racconta in queste righe di Se muoio, sopravvivimi:

«Stavamo intere giornate al mare, nella spiaggetta dell’Arenella. In quel tratto di mare mi hai insegnato a nuotare. Andavamo anche sott’acqua, da una parte all’altra, fino al molo delle barche dei pescatori. Io avanti, tu sempre dietro, per tenermi sotto controllo […] Sai, dopo la tua morte non sapevo più nuotare. E anzi, avevo anche una terribile paura dell’acqua. Provarono in tutti i modi. Prima con i braccioli. Poi, la zia tentò un sistema più brusco, lanciandomi dal gommone. Niente, ero terrorizzato dall’acqua. Forse il trauma di averti persa mi portava ad allontanarmi da ciò che più di tutto ci aveva uniti, la tua passione per il mare».

 

[Foto di Salvo Palazzolo]