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Farmacia, il racconto di un ex professore
Quelle «porcherie» sversate nei lavandini

«Gli incarichi, senza competenza, non valgono molto». La frecciata di Francesco Guarrera, docente in pensione dell'ex facoltà, è probabilmente rivolta a quanti non hanno mai controllato l'impianto fognario dell'edificio 2 della Cittadella. Fino al 1998, infatti, per le sostanze chimiche non esisteva un sistema di raccolta idoneo. Assieme a lui sono state ascoltate due colleghe ancora in servizio che - come hanno fatto altri - hanno sminuito il clima pesante che traspare da lettere ufficiali e verbali di riunioni

Carmen Valisano

«È tipico all'università fare cose senza avere competenze». Il giudizio, espresso con molta flemma, viene dalla voce di Francesco Guarrera, docente dell'ex facoltà di Farmacia dal 1968 al 2011. L'ex professore è uno dei testi delle difese durante l'udienza di oggi del processo per disastro ambientale e discarica non autorizzata all'interno dell'edificio 2 della Cittadella. Insegnante di Analisi qualitativa, per anni ha lavorato e fatto ricerca nei laboratori del seminterrato oggetto dell'inchiesta, ma non ha mai visto strani vapori come testimoniato da altri lavoratori. Gli odori provenienti dagli scarichi, però, li ha sentiti. Questo perché, racconta, era un'abitudine consolidata sversare sostanze di qualsiasi genere nei lavandini. Solo dal 1998 vengono introdotti i bidoni per la raccolta e gli armadietti speciali nei quali riporre il materiale di laboratorio. «Era assurdo buttare tutte quelle porcherie». Ma anche dopo, ammette Guarrera, a qualcuno «può essere capitato involontariamente» di continuare con le vecchie usanze.

Nonostante le disposizioni, a mancare erano i controlli: «Sarebbe stato interessante farne uno degli scarichi», afferma il professore.  «Gli incarichi, senza competenza, non valgono molto», è il commento piuttosto vago forse diretto a chi negli anni si è succeduto al vertice del dipartimento. Una verifica di tutto l'impianto fognario sarebbe stata una delle misure da prendere, visto che «si buttava di tutto». Il docente, inoltre, aggiunge che prima degli anni '90 gli esperimenti si facevano lontano dalle cappe di aspirazione. Proprio il sistema di areazione è stato più volte negli anni oggetti di lavori di manutenzione. «Se gli impianti sono fatti da incompetenti... Ci siamo capiti», chiosa il teste.

Francesco Guarrera conosceva bene due delle persone che frequentavano l'edificio e che hanno perso la vita. Si trova nella stessa stanza di Maria Concetta Sarvà quando questa - dopo aver accusato un mal di testa - si accascia sulla scrivania colpita da un ictus. E qualche volta ha anche accompagnato il dottorando Emanuele Patanè durante le sedute di chemioterapia dopo la scoperta di quel cancro ai polmoni che lo ucciderà nel dicembre 2003. Il giovane in alcune occasioni si lamenta della situazione all'interno della Cittadella, ma secondo il professore non c'è correlazione tra l'ictus della Sarvà e i tumori di Patanè e della collega Agata Annino. Si tratta di situazioni cliniche diverse, secondo il suo parere.

Dopo Guarrera tocca a due docenti attualmente in attivo, Mariangela Siracusa e Sebastiana Pappalardo. Ma si tratta di testimonianze che lasciano qualche perplessità al pari di altre deposizioni. «I professori in pensione dicono che le cose andavano in una maniera, quelli in servizio in un'altra», sbotta il pubblico ministero Lucio Setola. Anche le testimoni sentite oggi dipingono un quadro della situazione meno fosco di quello che emerge da lettere, note e verbali dei consigli di dipartimento. «Solo saltuariamente percepivo fastidi come pizzichi sul viso», racconta Siracusa. «Paradossalmente» non nel laboratorio, ma nel suo studio. Eppure - conferma - «non mi sono allarmata». Stessa versione di Pappalardo, che non ricorda nemmeno di aver lamentato di sentire cattivi odori provenienti dagli scarichi al tecnico Antonio Palmeri che - su incarico del professore Ennio Bousquet, ex direttore del dipartimento - realizza delle interviste informali a tutto il personale. La docente si dice sicura di non essersi mai allarmata. Però anche lei - come Mariangela Siracusa - è tra i firmatari della lettera inviata nel maggio 2005 nella quale l'allora preside Angelo Vanella denuncia al rettore Ferdinando Latteri «l'effettiva presenza di sostanze irritanti». Un documento che precede di appena poche settimane la morte di Agata Annino, la cui tutor durante il dottorato di ricerca è proprio Sebastiana Pappalardo.

Non fa parte del corpo docenti del dipartimento Pierluigi Barbera, responsabile tecnico dell'area prevenzione e sicurezza dell'Ateneo. Comincia a lavorare per l'Università catanese nell'aprile 2007 - quando a capo dell'ufficio si trova uno degli imputati, Fulvio La Pergola - e dal luglio dello stesso anno segue direttamente i lavori della It group. La ditta lombarda, esperta di bonifica di siti altamente inquinati, ha l'incarico di eseguire un monitoraggio delle matrici aria, terra e acqua al fine di trovare la fonte dell'ipotetica contaminazione. I sondaggi effettuati all'esterno, lungo il perimetro dell'edificio, danno valori anomali solo in due punti. «Secondo me c'era in loro sorpresa per i risultati», afferma Barbera. Dalla sua testimonianza, in un primo momento, sembra che sia a conoscenza del piano dettagliato concordato da It group e Università. Ma solo dopo l'esame dell'accusa emerge che in realtà l'ingegnere ha seguito i lavori controllando soltanto il rispetto delle norme di sicurezza.

Per la prossima udienza si dovrà attendere quasi un mese, il 28 giugno. Per quella data sono convocati i periti delle difese, ultimo passo prima della conclusione del lungo e tortuoso percorso giudiziario. Dato che la seduta del 14 giugno non si svolgerà, il collegio ha deciso di sospendere in questo lasso di tempo i termini di prescrizione.

 

[Foto di Mattman4698]

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