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Iblis, la difesa di Vincenzo Santapaola
I legali: «I pentiti mentono per mangiare»

Alle battute finali del processo, parlano per quasi sei ore gli avvocati del figlio del boss etneo Nitto, accusato di essere il capo di Cosa nostra etnea. Un ragazzo tranquillo, onesto lavoratore, perseguitato per il suo cognome, secondo la difesa. L'obiettivo è screditare i collaboratori che accusano l'imputato, soprattutto Santo La Causa:  «"La vita umana è sacra", dice lui. E intanto ha almeno sei vite sulla coscienza», quasi urlano in aula - Leggi la cronaca di tutte le udienze

Claudia Campese

«Uscirne è già difficile per chi è dentro, ma diventa impossibile per chi dentro non è». Con queste parole Giuseppe Strano Tagliareni, legale di Vincenzo Santapaola, figlio del boss etneo Nitto, spiega il cuore della sua arringa al processo Iblis. Dove Santapaola jr è accusato di essere il capo di Cosa nostra etnea, secondo i magistrati della procura di Catania. «Abitudinario, pochi amici, una moglie di buona famiglia, macchine non di lusso regolarmente denunciate, perseguitato per il suo cognome - rispondono invece i suoi difensori - Nel 2011, quando viene controllato il ristorante della moglie Vincenza Nauta, Santapaola, capo di Cosa nostra a Catania, obiettivo ipersensibile, viene trovato davanti a un barbecue a cucinare». Una difesa lunga quasi sei ore e che mira a smontare soprattutto le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, ex reggente del clan Santapaola, Santo La Causa.

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Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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