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Mailgate, la testimonianza della polizia postale
È giallo sulle modalità di accesso alla mailing list

Torna in aula - ed entra nel vivo a due anni dai fatti - il processo a carico dell'ex rettore dell'ateneo di Catania Antonino Recca e di due dipendenti, Antonio Di Maria ed Enrico Commis, per il caso delle email elettorali inviate agli indirizzi privati di studenti e docenti

Claudia Campese

«Per fare una cortesia al rettore...». Così Maria Elena Grassi, ex candidata Udc alle elezioni regionali del 2013, ha accolto la polizia postale venuta a casa sua per notificare l'indagine a carico della sua famiglia. Un fascicolo relativo al cosiddetto Mailgate, il caso delle email elettorali inviate agli indirizzi di posta elettronica personali di studenti e docenti dell'università di Catania a settembre 2012. Il successivo processo ha coinvolto anche l'allora rettore Antonino Recca, già coordinatore regionale dell'Udc. Ad accusare l'ex Magnifico di aver pilotato l'intera vicenda - dalla candidatura di Grassi all'invio delle email, compreso il successivo insabbiamento - sono i coimputati: Antonio Di Maria, allora membro dello staff di Recca e marito della candidata, ed Enrico Commis, all'epoca dei fatti responsabile dell'area informatica di Unict e oggi direttore del Cea (centro per i sistemi di elaborazione e le applicazioni scientifiche e didattiche). Una ricostruzione che sembrerebbe confermata da una registrazione - pubblicata in esclusiva da MeridioNews (allora CTzen), in cui si sente Recca dire: «Che posso fare? Ficimu sta minchiata!». Sullo sfondo della storia, si muovono proprio Grassi e il figlio Daniele Di Maria, dal cui indirizzo sono stati inviati i messaggi elettronici elettorali. Entrambi non coinvolti nel processo che oggi - a due anni da caso - è entrato nel vivo con l'audizione di due testimoni: gli agenti della polizia postale Antonio Pennisi e Alfredo Malerba.

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