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Chiude il centro di recupero della fauna selvatica
«Adesso la Regione deve farsi carico degli animali»

Ogni anno salvavano tra i 400 e i 500 esemplari di varie specie in difficoltà. E negli ultimi tre anni lo hanno fatto senza ricevere un centesimo dalle istituzioni. Adesso i volontari della struttura di Valcorrente hanno deliberato la chiusura dei battenti. Eppure, per la sopravvivenza, basterebbero 20mila euro l'anno

Luisa Santangelo

«Siamo nella fase di sistemazione degli animali. Li stiamo portando in altre sedi. Dal momento in cui escono dal nostro cancello in poi, quello che succede loro è responsabilità della Regione». Grazia Muscianisi ha 42 anni e ha passato gli ultimi dieci, ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette, a occuparsi degli animali del centro di recupero della fauna selvatica di Catania. Il luogo in cui vengono portati, e salvati, tutti gli animali non domestici della Sicilia sud-orientale. «Questo è il terzo anno che non riceviamo un centesimo dalle istituzioni, siamo arrivati al limite della sopportazione economica — dice Muscianisi — A fine marzo abbiamo deliberato la chiusura, ormai è solo questione di giorni».

Preferiamo girare con le scarpe bucate e usare i nostri soldi per pagare il cibo agli animali

Adesso, nelle stanze del centro — che si trova a Valcorrente, dalle parti di Belpasso — ci sono falchi, gabbiani, aironi, aquile, cicogne. «Abbiamo anche un gabbiano reale che ha deposto le uova», racconta la donna. Che, insieme a Luigi Lino, responsabile del Fondo siciliano per la natura, e al veterinario Giuseppe Coci si prende cura degli animali rimasti, in attesa della chiusura. Una trentina, in totale. «Mi occupo di tutto — spiega Grazia Muscianisi, responsabile del centro — Dell'alimentazione, della riabilitazione e della liberazione». Ogni anno, dal centro etneo transitavano tra i 400 e i 500 esemplari, di piccola, media e grande taglia. «E da questo conto escono tutti gli animali che andiamo a recuperare per rilasciarli, quasi immediatamente, in zone più consone alla loro crescita e sopravvivenza».

Da Siracusa, Ragusa e Catania, tutta la fauna selvatica in difficoltà approdava a Valcorrente. Fino all'anno scorso, gli interventi di salvataggio riguardavano anche le tartarughe marine, o gli spiaggiamenti di balene e delfini. «Preferiamo girare con le scarpe bucate e usare i nostri soldi per pagare il cibo agli animali». Per la gestione delle necessità basilari del centro di recupero basterebbero 20mila euro ogni anno. Soldi che la Regione Sicilia non trova dal 2012. «In questo modo, non ci hanno dato nessuna possibilità per sopravvivere». Un danno enorme per gli animali siciliani: «Fino a questo momento, di loro ci siamo occupati noi. Adesso toccherà agli uffici regionali che prima avevano un ruolo solo burocratico, adesso dovranno scoprirne anche uno operativo. Non hanno i soldi per mettere la benzina nelle macchine aziendali, figurarsi per andare a salvare rondoni e falchi feriti».

Di centri gemelli a quello di Valcorrente ne rimangono solo tre: uno a Enna («Ma ha una capienza molto limitata»), uno a Messina («Sono messi malissimo anche loro, perché coprono pure il territorio di Reggio Calabria e sono pieni fino a scoppiare») e uno ad Agrigento («Girano voci che chiuderà a fine anno»). A questi si aggiunge quello nel Comune di Ficuzza, in provincia di Palermo: «Ma adesso, col pilone crollato sull'autostrada, è molto difficile raggiungerlo. Con i conseguenti rallentamenti nel trasporto di animali in condizioni precarie». E a pesare sulle difficoltà di ogni giorno si aggiunge il silenzio delle istituzioni: «La Regione ci ha abbandonati».

I tre volontari del centro di recupero per la fauna selvatica, però, vanno avanti. «Adesso abbiamo un'aquila del Bonelli, altrimenti detta aquila fasciata, e un grifone». Continueranno a occuparsi di loro, e degli altri animali, finché potranno. «Lavoreremo fino a un minuto prima della chiusura dei cancelli — conclude Grazia Muscianisi — Siamo sul chi va là. Perché quel momento potrebbe arrivare da un secondo all'altro. E noi, con grande dolore, dovremo accettarlo».

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