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Dama nera, maxi inchiesta su Anas e appalti
Ai domiciliari per corruzione Costanzo e Bosco

Un'indagine della guardia di finanza di Roma ha scoperchiato un presunto sistema di mazzette che coinvolgeva dipendenti pubblici, aziende e politici. Tra le dieci persone finite in manette oggi ci sono anche i due noti imprenditori etnei, a cui sono riferibili le società Tecnis e Cogip. Titolari di vari appalti a Catania

Luisa Santangelo

Si chiama Dama nera l'operazione della guardia di finanza di Roma che questa mattina sta portando all'esecuzione di dieci ordinanze di custodia cautelare nei confronti di cinque dirigenti dell'Anastre imprenditori tra i quali i catanesi Domenico Costanzo e Concetto Bosco Lo Giudice, titolari di aziende appaltatrici di primarie opere pubbliche; un avvocato; e Luigi Meduri, ex sottosegretario al ministero delle Infrastrutture nel governo Prodi ed ex presidente della Regione Calabria alla fine degli anni '90. Una maxi-inchiesta su appalti e mazzette, in cui risultano coinvolti anche i due volti noti etnei, oggi destinatari del provvedimento restrittivo, identificati come «gli autori degli episodi di corruzione». A loro sono riferibili le società Tecnis e Cogip, che hanno vinto vari appalti a Catania (tra i quali quelli per la metropolitana e per la nuova darsena del porto) e in Sicilia. Nello specifico, i due imprenditori avrebbero voluto cedere un ramo d'azienda per la costruzione di una variante stradale in Lombardia, forse per aggirare la normativa che vieta il trasferimento degli appalti. 

In totale, sono 31 gli indagati. Ma solo per dieci sono scattate le manette. Tra questi ultimi ci sono gli imprenditori etnei Costanzo e Bosco Lo Giudice. Accusati di corruzione. Secondo gli investigatori, le aziende con sede a Tremestieri Etneo avrebbero voluto lasciare a un'impresa di Sondrio la realizzazione della Variante di Morbegno. Un appalto che era andato all'associazione temporanea di cui erano parte le due imprese catanesi e che Costanzo e Bosco avrebbero voluto cedere. Per farlo, però, avrebbero dovuto ottenere l'autorizzazione da parte della stazione appaltante. L'Anas, appunto. È qui che entra in gioco quella che viene definita una vera e propria «cellula criminale, costituita da dirigenti e funzionari corrotti di Anas. I quali, abusando dei poteri derivanti dall'incarico ricoperto nell'azienda, sono riusciti a ottenere utilità e provviste corruttive da imprenditori, titolari di società di rilievo nazionale». 

Intercettazioni telefoniche, ambientali e riprese video, assieme ad appostamenti e pedinamenti, hanno permesso alle fiamme gialle di identificare il meccanismo tramite il quale Antonella Accroglianò, dirigente di Anas, assieme ad altri funzionari di «rango minore», sarebbe stata in grado di risolvere contenziosi con la società, velocizzare le pratiche di pagamento e favorire l'ottenimento di fondi illecitamente maggiorati. Scrivono i finanzieri: «I dipendenti pubblici si sarebbero esclusivamente occupati di curare e favorire l'interesse particolare degli imprenditori, a completo discapito dell'interesse generale riguardante la corretta edificazione di opere pubbliche strategiche per la collettività».

Nel caso specifico, «per il servizio prestato», Accroglianò avrebbe ricevuto Costanzo e Bosco Lo Giudice una mazzetta del valore di 150mila euro. Divisa in più tranche. Delle quali la prima a dicembre 2014 e l'ultima a settembre 2015. Nel linguaggio criptato che la dirigente Anas usava, le tangenti venivano chiamate «libri», «topolini» e «antinfiammatori». Soldi che, in alcuni casi, arrivavano anche in contanti. Nel controsoffitto di casa della madre di Accroglianò sarebbero stati rinvenuti 70mila euro. A fare da tramite tra Concetto Bosco Lo Giudice, Domenico Costanzo e Antonella Accroglianò dell'Anas ci sarebbe stato Luigi Giuseppe Meduri, ex deputato, ex sottosegretario alle Infrastrutture ed ex presidente della Regione Calabria. Un «oscuro faccendiere», secondo gli inquirenti, che avrebbe sostenuto le richieste degli imprenditori etnei e si sarebbe interessato al pagamento delle tangenti all'Anas. Obiettivo del passaggio di denaro era l'ottenimento dell'autorizzazione alla cessione al ramo d'azienda. Un'operazione che, secondo la gdf, «nascondeva in realtà una vera e propria cessione del contratto d'appalto, cosa normativamente non lecita».

Allo stato attuale, la Tecnis e la Cogip - tramite associazioni temporanee d'imprese - lavorano in una lunga serie di appalti dell'Anas. Dallo svincolo di Castronovo di Sicilia (nove milioni e 702mila euro) a un tratto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (277 milioni di euro). Passando per l'autostrada Sassari-Olbia (49 milioni 422mila euro), il bivio Micigliano a Rieti (34 milioni 352mila euro), un tratto della stradale per Gela (32 milioni 260mila euro) e una variante stradale a Gubbio (13 milioni 343mila euro). Nessuno di questi appalti risulta, però, viene citato nell'inchiesta di oggi. Anche se le indagini, dicono dagli uffici romani delle fiamme gialle, continuano.

In serata è arrivata la replica della Tecnis: «Le interferenze al vaglio della magistratura riguardano un tentativo di accelerare i tempi di pagamento di corrispettivi dovuti - si legge nella nota diffusa - nonché per ottenere in tempi accettabili la presa d’atto per la cessione del ramo d’azienda Lombardia, necessaria per fare cassa per poter far fronte alle esigenze finanziarie dell'azienda. Auspichiamo che si possa fare più rapidamente possibile chiarezza, al fine di consentire alla Tecnis la continuità d’impresa».

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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