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Mafia, prosciolto Mario Ciancio
«Non se lo aspettava neanche lui»

«Il fatto non costituisce reato». È arrivata la decisione della giudice etnea sull'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, alla fine di un'udienza iniziata questo pomeriggio. Solo ieri l'imprenditore aveva consegnato il giornale nelle mani del figlio Domenico

Il tempismo è sempre stato uno dei punti di forza del suo successo. Solo ieri Mario Ciancio Sanfilippo, editore e direttore del quotidiano etneo La Sicilia, consegnava il giornale nelle mani del figlio Domenico, tenendo per sé la condirezione e anticipando la fine di un'epoca. Appena un giorno dopo, è arrivata la decisione della giudice per le indagini preliminari Gaetana Bernabò Distefano sul suo rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa: «Il fatto non costituisce reato». Mario Ciancio è assolto. «Non ci sperava, finalmente c'è una giudice che si assume delle responsabilità importanti», commentano i suoi legali. Una decisione contraria alla richiesta dei magistrati Antonino Fanara e Agata Santonocito. Ma «nessuno dei collaboratori di giustizia conosce Mario Ciancio», spiega in aula, durante la sua arringa, il legale Francesco Coletti dello studio dell'avvocata Giulia Bongiorno. Solo uno dei passaggi che la difesa cerca di smontare. Per far crollare le accuse avanzate dalla procura etnea e sostenute dal contenuto di 47 faldoni di documenti: dai milioni all'estero dell'imprenditore agli affari nel territorio etneo, passando per la politica.

Il Pua, la società Stella Polare e l'intercettazione con Enzo Bianco
L'ultimo caso, in ordine di tempo, emerso dalla lunga indagine su Mario Ciancio è quello che riguarda il mega progetto da realizzare alla Playa di Catania: il Pua, piano urbanistico attuativo - variante Catania Sud. Proprietario di alcuni terreni utili all'opera, l'imprenditore - secondo l'accusa - non si sarebbe limitato alla vendita degli appezzamenti, ma avrebbe continuato a seguire l'iter del progetto, prestando il suo aiuto e le sue conoscenze politiche. Come quella con il sindaco di Catania Enzo Bianco - allora candidato - il quale, secondo i carabinieri, avrebbe «assunto un impegno nei suoi riguardi». Impegno esplicitato, sempre secondo gli investigatori, in una telefonata tra i due all'indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul Pua. «Dov'è la mafia in questa vicenda? Nella società Stella Polare?», chiede l'altro avvocato di Ciancio, Carmelo Peluso. Il riferimento è alla compagine che si occuperà di realizzare il progetto. Nata nel 2005 su input dell'imprenditore veneto Renzo Bissoli e che aveva come soci iniziali Salvatore Modica e Francesco Strano, ritenuti vicini al clan Laudani e Santapaola. I due cedono le loro quote a Bissoli nel 2008. Periodo antecedente, secondo Peluso, al primo atto amministrativo del Pua: «È un volo pindarico - conclude il legale - diteci qualcosa in più per parlare di mafia in questo affare».

Terreni e varianti: il caso Porte di Catania
Durante l'arringa difensiva di oggi la parola che viene pronunciata con più frequenza dall'avvocato Carmelo Peluso è «terreni». Un argomento, relativo ai possedimenti di Ciancio, a cui la giudice etnea Marina Rizza aveva dedicato un intero capito della sentenza che ha condannato - sempre per concorso esterno alla mafia - l'ex governatore Raffaele Lombardo. Parole poi confluite nell'indagine oggi arrivata a conclusione. Il sistema descritto da Rizza appare ben rodato: Ciancio possiede dei terreni per lo più agricoli, prende contatti con chi intende realizzarci su delle opere, attiva i suoi canali politici affinché i terreni diventino edificabili, li vende a un prezzo superiore, continua a seguire l'iter delle opere stesse e spesso entra in società con chi deve realizzarle. Società i cui soci sono a volte già noti alle forze dell'ordine, così come alcune delle ditte che si occupano dei lavori. Un esempio su tutti, sempre secondo due giudici, è il centro commerciale Porte di Catania.

I 52 milioni in Svizzera e i fondi neri alle Mauritius
Gli affari nel mondo dell'edilizia e non solo hanno portato nei decenni alla costruzione di un impero economico. Di cui fa parte anche il tesoretto da 52 milioni di euro depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Che a giugno ne ha sequestrati 17, quando i magistrati hanno scoperto che il valore dei titoli stava per essere convertito in denaro, da trasferire in Italia. Anche questi solo una parte dei soldi custoditi all'estero dall'imprenditore, che però si preoccupa di far rientrare anche queste cifre dai fondi neri alla legalità. È così che nel 2008 Ciancio si rivolge a una società finanziaria lussemburghese per riuscire a controllare, tramite un complesso schema di incastri, i fondi d’investimento di una società nel paradiso fiscale delle Mauritius.

La linea editoriale de La Sicilia
Tra affari e finanza, uno dei capisaldi del potere di Mario Ciancio è sempre stata la testata La Sicilia. Principale - e per decenni unico - quotidiano della Sicilia orientale, la cui linea editoriale è stata indagata dai magistrati alla ricerca di eventuali favori a Cosa Nostra. Ipotesi sempre respinta dalla redazione del giornale. Eppure nelle pagine dell'inchiesta trovano spazio alcuni casi della storia dell'informazione etnea. Come i necrologi mai pubblicati di due vittime di mafia: il giornalista Giuseppe Fava e il commissario di polizia Beppe Montana. O ancora come la pubblicazione degli scritti, privi di contestualizzazione sui personaggi, di Angelo Ercolano, incensurato nipote del boss Pippo Ercolano, e Vincenzo Santapaola, figlio del boss etneo Nitto. Passando per il modo di trattare le notizie sui collaboratori di giustizia e la visita di Pippo Ercolano nella redazione de La Sicilia per lamentare il trattamento ricevuto in un articolo.

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