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Clan Laudani, i 109 arresti e la delusione del boss
Il patriarca sul pentito: «Cornutu, macchia u' nomu»

Era il nipote prediletto di Sebastiano Laudani, il boss detenuto che dà il nome alla cosca e che emana le sue direttive anche dal carcere. I racconti di Giuseppe Laudani, primo e finora unico collaboratore di giustizia interno alla famiglia, hanno permesso di scardinare l'organizzazione della cosca. Guarda video e foto

Luisa Santangelo

Una delle operazioni antimafia più imponenti degli ultimi anni. Centosei ordinanze di custodia cautelare in carcere, tre persone agli arresti domiciliari, scardinati 13 gruppi criminali che operavano nel territorio etneo. E tutti facevano capo al clan Laudani, i mussi di ficurinia, una delle cosche più sanguinose attive a Catania e provincia. È il quadro che è emerso dall'inchiesta I vicerè della procura di Catania: quattro anni di indagini, ancora nel vivo, 2672 pagine di ordinanza, un blitz messo in atto da oltre 500 carabinieri. «Il clan era una vera e propria holding: i singoli gruppi avevano potere decisionale sulle piccole estorsioni e sull'ordinaria amministrazione criminale. Erano i vertici, invece, a occuparsi dei racket più importanti e dei fatti più sanguinosi», spiegano dalla procura. Le accuse contestate, a vario titolo, sono quelle di associazione mafiosa, associazione a delinquere per il traffico di droga, estorsione e intestazione fittizia di beni. 

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