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Partiranno da Sigonella i droni Usa contro l'Isis
L'esperto: «Italia dovrà approvare ogni intervento»

La notizia è stata data dal Wall street journal che scrive di un'intesa raggiunta da Obama e Renzi dopo un anno di colloqui. «Non è preludio a un intervento militare», precisa il ministro degli Esteri. I velivoli «non possono alzarsi in volo senza l'approvazione dall'aeronautica italiana», spiega Francesco Tosato, analista del Cesi

Carmen Valisano

«Quietly». In silenzio. Viene presa - e descritta - così una delle decisioni che allunga lo spettro di un conflitto mondiale non dichiarato che si spinge sempre più ai bordi dell'Europa. È con un articolo del quotidiano statunitense Wall street journal che la comunità internazionale apprende la notizia che rischia di scuotere il dibattito italiano e non solo: dalla base militare di Sigonella, alle porte di Catania, partiranno i droni statunitensi coinvolti in missioni contro l'Isis, nel nord dell'Africa e in Libia. Secondo le fonti militari citate dal quotidiano d'oltreoceano, il via libera è arrivato «in silenzio» dal governo di Matteo Renzi lo scorso mese, dopo un anno di negoziazioni. E contiene una clausola vincolante: sono autorizzate missioni a scopo difensivo. A frenare Renzi in questi mesi sarebbero state le potenziali critiche dell'opinione pubblica. Soprattutto, sottolinea il Wsj, in caso di coinvolgimento nelle operazioni da remoto di vittime innocenti. 

Bocche cucite da Sigonella così come dall'ambasciata Usa a Roma, mentre da più parti esponenti politici chiedono che la ministra della Difesa Roberta Pinotti metta a conoscenza della vicenda il parlamento. «Non è preludio a un intervento militare», si è affrettato a precisare il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. In un'intervista radiofonica il premier Renzi ha aggiunto che «si tratta di fare iniziative contro terroristi e potenziali attentatori dell'Isis». Una struttura strategica nel Mediterraneo è la base di Morón, in Spagna. Ma è in Sicilia, grazie alle 46 antenne già attive a Niscemi dagli anni Novanta e al Muos la cui costruzione al momento è bloccata, che si concentrano gli interessi statunitensi.

A giungere alle falde dell'Etna saranno Predator e Reaper, aerei a pilotaggio remoto che possono essere armati. La struttura ospita già in maniera stanziale alcuni Global Hawk, velivoli non armati a pilotaggio remoto, dell'aviazione Usa. Altri cinque sono stati acquistati nell'ambito del nuovo ente della Nato denominato Ags (Alliance ground surveillance), programma che verrà rodato entro il 2017. Predator e Reaper sono passati dagli hangar della base etnea nel 2011. Anno in cui risale l'ultimo impiego della struttura nel territorio di Lentini nell'ambito di un conflitto, in occasione dell'intervento militare proprio in Libia. Quella trovata tra Obama e Renzi è la rivisitazione di un'intesa raggiunta proprio in quell'occasione. «Ai tempi della crisi libica, e dopo l'attacco all'ambasciata di Bengasi, c'è stato un accordo che ha permesso in casi di emergenza il rischieramento in condizioni particolari», spiega Francesco Tosato, analista del Centro studi internazionale ed esperto di affari militari. I velivoli in questione «non seguono le normali dinamiche di utilizzo che permette la legge statunitense - precisa - il nostro governo ha facoltà di porre dei caveat, limitarne la disciplina d'uso». Vincoli che, precisa Tosato, «sono estremamente precisi: i Predator e i Reaper non possono alzarsi in volo se il piano di volo non è approvato dall'aeronautica militare italiana». 

«I caveat del 2012 prevedevano delle missioni limitate, valutate caso per caso», dice l'esperto. Soprattutto «operazioni di evacuazione di personale non combattente e recupero ostaggi». Oggi «lo schieramento, che è temporaneo e prorogabile, è tornato in auge. Data la situazione in Nord Africa e in Libia è stato ritenuto che per migliorare il quadro di sicurezza fosse necessaria questa misura ed è stato raggiunto un nuovo accordo». Dalle prime informazioni a disposizione degli analisti, l'intesa «rispecchia in gran parte quella precedente». E Francesco Tosato aggiunge: « Non si tratta sicuramente di una campagna di attacchi che partono dal territorio italiano senza che il governo ne sia adeguatamente informato e abbia dato il suo accordo».  

Impossibile conoscere ufficialmente il numero di droni che verranno schierati nella base nel cuore della piana di Catania. «Non ci sono al momento indicazioni specifiche - dice l'analista del Cesi - Questo anche per ragioni tattiche. L'autorizzazione precedente permetteva di ospitare un massimo di sei tra Reaper e Predator». Ci sono dei rischi, ripercussioni per la sicurezza dei cittadini siciliani? «Assolutamente no - garantisce Tosato - Sigonella è una base comunque importante, che sta evolvendo. La presenza dei droni fa guadagnare maggior interesse nell'opinione pubblica perché sono armati, ma in realtà è il Global Hawk la punta di lancia del sistema di ricognizione». E sicuramente il Muos sarebbe stato un ulteriore tassello in questa visione. «È un sistema di comunicazione e non aver funzionante la stazione per il Mediterraneo di certo non viene considerata una cosa positiva dal governo statunitense».

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