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Ciancio, i Montana ricorrono in Cassazione
«Contraddittorie le motivazioni della giudice»

Troppo materiale da studiare, prove mancanti e non richieste, «valutazioni mai motivate». Si parla ancora della sentenza che ha stoppato l'accusa di concorso esterno nei confronti dell'imprenditore etneo. Sentenza di cui il legale dei fratelli del poliziotto Beppe Montana ora chiede l'annullamento

Claudia Campese

«Non si può ammettere una visione non chiara degli atti, non fare nulla per sanarla e poi affermare l’inidoneità degli stessi a sostenere l’accusa in giudizio». Dopo quello fatto dalla procura di Catania, arriva un nuovo ricorso in Cassazione che richiede l'annullamento della sentenza che ha prosciolto l'imprenditore etneo - editore e storico direttore del quotidiano La Sicilia Mario Ciancio Sanfilippo dall'accusa di concorso esterno alla mafia. Si tratta dell'atto di risposta di Goffredo D'Antona, legale che rappresenta le persone offese Gerlando e Dario Montana, fratelli di Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985.

La sentenza della giudice per l'udienza preliminare Gaetana Bernabò Distefano aveva già fatto discutere per i suoi rimandi politici, le sviste e le inesattezze giuridiche. Ma soprattutto per la negazione dell'esistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Adesso la famiglia Montana mette in fila una serie di punti. Che poggiano tutti su un'unica base: la scelta di Bernabò Distefano di non limitarsi a decidere se l'accusa nei confronti di Ciancio potesse reggere in un processo. Nella sentenza, piuttosto, spiega D'Antona nel ricorso, si trova «una vera e propria censura sull’operato della procura». Senza che la giudice utilizzi gli strumenti in suo potere per colmare le lacune nell'indagine che lei stessa sottolinea.

Anzi, in alcuni passaggi la stessa gup sembra suggerire che forse sarebbe stata più adatta per Ciancio un'accusa di associazione mafiosa. Reato previsto per chi è interno alla mafia e non per chi partecipa da esterno. «Per una volta questa difesa si trova d’accordo con il gup - scrive D'Antona - In questo caso avrebbe potuto emettere un decreto che dispone il giudizio ritenendo l’imputato associato e non concorrente esterno». E invece Bernabò Distefano va avanti. Come quando cita proprio la mancata pubblicazione del necrologio di Beppe Montana - e soprassiede sui diversi messaggi di cordoglio per la morte del boss Pippo Ercolano - e altri esempi che riguardano la linea editoriale del quotidiano La Sicilia. Non considerati «casi eclatanti per poter affermare che determinati articoli siano stati espressione di una contiguità alla mafia»

Troppo spesso, secondo il legale che rappresenta i Montana, la giudice avrebbe riportato le parole e le tesi della difesa di Ciancio, senza alcuna verifica. Un modo di procedere, quello dell'elencazione di fatti e stralci, comune un po' a tutta la sentenza. Dove, «in più parti, vi sono mere valutazioni di merito, mai adeguatamente motivate», scrive D'Antona. Che, in sintesi, contesta proprio il modo con cui Bernabò Distefano ha affrontato il suo ruolo. «Un approccio dove si sono cercate le prove dell’innocenza dell’imputato - conclude nel ricorso -. Fatto lodevole se ci fossimo trovati in un giudizio abbreviato o comunque in un giudizio di merito. Fatto invece da cassare trovandoci in un’udienza preliminare». E fatto che, in attesa della decisione della Cassazione su un eventuale annullamento della sentenza, ha chiuso le porte a ogni ulteriore approfondimento.

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