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Depuratore Mascali, ancora liquami in mare
Indagini anche su un'altra decina di impianti

Non finiscono le inchieste sulla depurazione delle acque nere nel Catanese. Un nuovo filone si è appena aperto e riguarda la zona dell'Alcantara, ma non solo. La prima indagine è precedente all'epidemia di dissenteria dello scorso anno. «Molto probabilmente i due fatti sono collegati», spiega la Guardia costiera

Luisa Santangelo

I reflui in eccesso che arrivano al depuratore di Mascali continuano a finire in mare senza essere trattati. Perché nonostante il sequestro - seguito immediatamente dal dissequestro, per evitare l'interruzione del servizio - la quantità di scarichi fognari che arriva all'impianto ionico è superiore a quella che può essere elaborata. Con picchi che arrivano al doppio dei 108 litri al secondo della portata attuale. Per questo, tra le prescrizioni formulate dall'autorità giudiziaria, c'è anche l'obbligo per il consorzio di gestione di costruire un modulo di depurazione temporaneo che possa far fronte all'emergenza. Per attivare il quale, però, i magistrati hanno concesso fino a 90 giorni di tempo. Non solo: la questione della depurazione delle acque nere si complica e scavalca i confini della provincia di Catania per arrivare fino a Messina: sarebbero quasi una decina i depuratori che sono finiti adesso sotto la lente d'ingrandimento degli investigatori. Tutti quelli che scaricano nel fiume Alcantara, da un versante all'altro dell'Etna, tra i quali quello di Calatabiano e quello di Giardini Naxos. I risultati delle analisi, però, non sono ancora arrivati. E l'inchiesta è all'inizio.

La notizia che sono stati messi i sigilli alla struttura consortile della frazione Sant'Anna di Mascali è di sei giorni fa. Gli indagati dalla procura di Catania sono sette, ma il numero delle persone coinvolte è destinato a crescere. Perché gli sversamenti in eccesso vanno indietro nel tempo fino a 15 anni fa, anche a causa del fatto che il rilascio delle autorizzazioni a creare nuove condotte fognarie non si sarebbe mai fermato. Sebbene si fosse già oltre la capienza massima dell'impianto di depurazione. Nell'inchiesta della procura di Catania, infatti, non ci sarebbero allacci abusivi, ma solo allacci regolari. In sovrannumero rispetto a quanti avrebbero dovuto costruirsene. Il consorzio che gestisce il depuratore raccoglie i reflui dei Comuni di GiarreRiposto, Mascali, Fiumefreddo di Sicilia e Sant'Alfio. Dalle fogne di questi centri - a esclusione di Sant'Alfio, che fa parte del consorzio ma non ha ancora collegamenti con il depuratore - arrivano le acque nere che dovrebbero essere ripulite. Parte delle quali, però, finiscono nel torrente Macchia - che sfocia sul litorale - senza aver subito alcun trattamento.

«Il nostro è un depuratore di tipo biologico - spiega Giuseppe Marletta, presidente del consorzio da ottobre 2015 - Questo significa che creiamo delle colonie di batteri che aggrediscono le sostanze contenute nei reflui». Un sistema in perfetto equilibrio solo finché le quantità si mantengono costanti. «Chi ha progettato il depuratore si è posto il problema di un eccesso di liquami. Ci sono Comuni, come quello di Giarre, che non separano le acque bianche, quelle delle piogge, dalle acque nere, quelle delle fogne. Per questo in casi di grosse perturbazioni si era pensato che potessero arrivare troppi liquidi, per quanto diluiti». È per questo motivo che sono stati creati i cosiddetti bypass tramite i quali i liquami che il depuratore non riuscirebbe a ripulire vengono sversati direttamente nel fiume. «Si doveva trattare di casi straordinari con prevalenza di acque piovane - precisa Marletta - Perfettamente sostenibili dal punto di vista ambientale». Ma, nel caso di Mascali, l'eccesso di reflui sarebbe dipeso dai troppi allacci di fogne. E per di più il caso straordinario, secondo gli inquirenti, era diventato la quotidianità.

«Ci siamo lamentati tante volte - continua il presidente del consorzio - ogni Comune ha un'immissione singola, perciò sappiamo quanto porta ogni amministrazione». Ma si sa solo quanto entra nelle vasche e non quanto, invece, resta fuori prima dell'ingresso nel sistema di depurazione. Uno sversamento che potrebbe continuare anche in questi giorni. Perché, per ovviare al problema, è necessario costruire una nuova struttura temporanea entro i prossimi tre mesi. La scadenza imposta dalla procura etnea supera, quindi, la fine dell'estate. I tempi potrebbero essere più brevi perché le pratiche «emergenziali», così le definiscono dal consorzio di gestione, erano già in corso prima dell'intervento della magistratura. «Sono arrivati tanti esposti anonimi e l'intervento immediato è stato necessario perché la situazione si stava aggravando», afferma Luca Provenzano, comandante della guardia costiera di Riposto, che sta seguendo le indagini, coordinato dall'ammiraglio Nunzio Martello

L'inchiesta dura da un anno e mezzo ed è cominciata anche prima dell'epidemia di dissenteria che si è verificata lo scorso anno nella zona di Fondachello. «Molto probabilmente i due fatti sono collegati», conferma Provenzano. Ma l'affaire depurazione delle acque non si limita alla zona ionica etnea. E riguarda anche gli sversamenti che avvengono nel fiume Alcantara, il torrente che scorre attraverso le famose Gole, da parte di Comuni del Catanese e del Messinese, da una parte all'altra dell'Etna. Gli accertamenti sarebbero in corso da un paio di mesi e nelle prossime settimane dovrebbero arrivare i risultati dell'Arpa sulle analisi delle acque fluviali. «Altri impianti sono coinvolti», dichiara il comandante. Voci insistenti parlano di quasi una decina di strutture, tra le quali quelle di Calatabiano e Giardini Naxos. Su questo, però, le bocche restano cucite. Anche perché quest'altro filone d'indagine sarebbe appena all'inizio.

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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