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Questura, si insedia nuovo capo Giuseppe Gualtieri
«La mafia è fenomeno endemico, diventi disvalore»

Era al vertice della squadra mobile di Palermo quando è stato catturato il super latitante Bernardo Provenzano e lascia gli uffici di Potenza per cominciare il suo mandato nel capoluogo etneo. Gli scopi sono «l'ampliamento del controllo del territorio e la rivoluzione culturale che parte dalle scuole», dichiara

Cassandra Di Giacomo

Foto di: Cassandra Di Giacomo

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«Sono soddisfatto dell'incarico: essere a Catania è un compito di grande responsabilità». Sono queste le parole scelte dal nuovo questore di Catania, Giuseppe Gualtieri, per presentarsi alla città. Il funzionario sostituisce Marcello Cardona, insediatosi oggi a Milano. «Mi muoverò nel solco tracciato dal mio predecessore: lui è stato un arbitro di serie A, io al massimo sono arrivato al campionato interregionale», commenta il neo-questore etneo. Calabrese d'origine, Giuseppe Gualtieri entra in polizia nel 1983, ricoprendo ruoli di spicco nella squadra mobile e nelle sezioni Anticrimine calabresi e non. Già questore di Trapani e Potenza, dirigeva la squadra mobile di Palermo quando i suoi uomini hanno catturato il super latitante di Cosa nostra Bernardo Provenzano. «Sono in città da qualche ora, ho ancora la valigia alla Stazione, ma mi sento già catanese», dichiara Giuseppe Gualtieri. 

Il nuovo questore di Catania, originario di Catanzaro, è entrato in polizia quando aveva 29 anni. Dal 1986 al 1989 ha diretto il nucleo prevenzione crimine della Calabria, successivamente per quattro anni ha diretto la squadra mobile di Gioia Tauro. Dopo ha retto quella di Vibo Valentia, incarico dopo il quale è stato al commissariato di polizia di Siderno fino al 2005, anno in cui è stato trasferito alla questura di Palermo, anche lì a capo della squadra mobile. Promosso dirigente superiore dopo la cattura di Bernardo Provenzano, successivamente è stato nominato questore di Trapani e poi di Potenza, città che lascia per il trasferimento a Catania. «È la più in crescita della Sicilia, una realtà metropolitana, con i suoi problemi e, in un certo senso, le sue tradizioni», afferma. Tra queste indica «la microcriminalità, quella organizzata di tipo mafioso e le rapine». «Assumo l'incarico con grande umiltà: quando si va in un posto nuovo bisogna conoscere bene gli uomini e le cose prima di fare tutto. Sono fortunato - aggiunge - perché il mio predecessore Cardona è stato un funzionario valoroso che ha saputo dare un forte impulso al controllo del territorio». 

Tra le indicazioni avute da Cardona, nel passaggio di consegne, c'è «il controllo della città che, ove possibile, verrà incrementato», dice. «D'altra parte, non sono presuntuoso per cui prima di dire la mia sulle iniziative da intraprendere voglio conoscere bene la il territorio». «Di sicuro il controllo militare non basta e per questo mi confronterò con le associazioni civili, i volontari e i cittadini con l'obiettivo di avviare un percorso di cambiamento della mentalità e di sicurezza partecipata da tutti questi attori», continua il nuovo capo della questura di Catania. Ragion per cui «l'istituzione con la quale auspico un grande dialogo è la scuola, così da avviare una rivoluzione culturale: ogni cittadino portato dalla parte della polizia rappresenta un piccolo tassello nel puzzle della legalità. Per il resto, per combattere la criminalità siamo pagati dallo Stato». «Per carattere sono portato al dialogo e, con i dovuti filtri, compatibilmente ai miei impegni, sarò disponibile a ogni confronto», sottolinea. 

E, in tema di confronti, ne offre uno tra il capoluogo etneo e Palermo, nella giornata in cui lì si è insediato il collega Renato Cortese. «Nel capoluogo siciliano, negli anni, sono stati fatti passi da gigante e oggi si può dire che c'è la mafia distinta dalla società civile mentre, in passato, il grosso problema di Palermo era la commistione tra le due componenti. Non conosco benissimo Catania - ribadisce - ma credo che la nostra opera di sentinelle possa determinare questo importante aspetto». «La mafia è un fenomeno endemico, non sarò certo io a debellarla ma è mio compito far sì che la società civile guardi a essa come a un disvalore», prosegue Giuseppe Gualtieri. «Sarò inflessibile su un punto: le persone perbene vanno trattate da tali, i mafiosi sono delinquenti e devono essere socialmente emarginati - aggiunge - Questo è il primo traguardo che un'istituzione che si rispetti ha l'obbligo di raggiungere ma fare percepire un valore civico del genere non è semplice». «Per la parte pratica, poi, abbiamo fior di dirigenti della squadra mobile e una prefetta che conosco e che è maestra nelle confische patrimoniali», conclude.

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Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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