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Quanto dista Cambridge da viale Trastevere

Conversazioni gelminiane, vol. 1. Dialogo tra una ‘esiliata’, un’italiana che viene dall’università britannica e sa pochissimo della riforma Gelmini, e un collega dell'Università di Catania che si sforza di rispondere alle sue domande scomode. Nella prima puntata il confronto tra i due modelli riguarda il ruolo dei privati, la ricerca e i finanziamenti

L'università non è un mondo facile da comprendere dall'esterno, meglio di tutti lo sanno quelli che ci si trovano immersi fino al collo. Olga Tribulato e Luciano Granozzi, entrambi accademici, lei formatasi a Cambridge ma con un occhio sempre rivolto all'Italia, lui più che mai perplesso sulla possibilità di riformare l'università in pieno Truman Show berlusconiano, si sono scambiati una mezza dozzina di email. Ne è venuto fuori l'abbozzo di un dialogo dal quale, in forma più o meno ellittica, emergono speranze e paure sul recente DDL Gelmini. Ma soprattutto la comune convinzione che la tanto temuta "privatizzazione" non è affatto lo scoglio principale di questo progetto di riforma.

Olga: So pochissimo del ddl Gelmini e volevo vederci più chiaro. Mi colpisce la polemica contro i pericoli di privatizzazione: penso che proprio i finanziamenti privati potrebbero costituire uno strumento verso la riscossa delle università italiane nelle classifiche internazionali sulla ricerca. Trovo contraddittorio l'atteggiamento di chi si lamenta che siamo in basso alle classifiche e poi vede i finanziamenti privati come il fumo negli occhi. Harvard e Cambridge non vanno mica avanti solo coi fondi statali; la Sapienza arranca perché ha solo fondi statali! Faccio un esempio pratico. A Cambridge ho fatto un dottorato le cui tasse universitarie sono state sostenute dal governo inglese (nella forma dell'Arts e Humanities Research Board), ma il mio sostentamento quotidiano per tre anni è stato garantito da una fondazione (il Cambridge Gates Trust) finanziata dai soldi di Bill Gates. Cosa c'entra Bill Gates con la morfologia greca? Niente. Ma per vari motivi (filantropia, prestigio, sgravio fiscale, vedete voi) ha comunque deciso di finanziare gente come me. È un modello che in Italia è non solo assente, ma impensabile; anche a causa di pregiudizi faziosi abbastanza fuori moda, a mio avviso.
 
Luciano: Il problema non è del sistema-università in sé, ma di forma mentis, e di “mercato”. L'attuale legislazione infatti non impedisce che un ateneo riceva un supplemento di finanziamenti dall'esterno, anzi la capacità di attrarre risorse è uno degli indici "di merito". C'è però da dire che in Italia i contributi delle imprese private sono minimi. Generalmente derivano da convenzioni finalizzate a specifici programmi di ricerca e ciò riguarda quasi esclusivamente alcune aree scientifiche e tecnologiche. Messi da parte i pochi atenei che godono del contributi di fondazioni bancarie, direi che il fenomeno dei finanziamenti privati in Italia è marginale. Perciò sono contrario alla generica e indiscriminata battaglia contro la ‘privatizzazione'. È vero che in un precedente decreto si era fatto cenno alla possibilità che le università possono convertirsi in fondazioni. Ma quante lo hanno fatto o lo farebbero? Non mi pare che la questione della privatizzazione sia centrale, sono anch'io sorpreso di vederla in primo piano nei documenti studenteschi e sindacali. Gli intimi meglio informati raccontano che uno dei motti prediletti del maggior imprenditore catanese sarebbe: “Cca cu potta soddi è me frati” (traduzione per gli italiani a Cambridge: “Gimme lots of money and you'll always be my best friend”). Insomma, di che stiamo parlando?! La questione del possibile condizionamento sulla ricerca da parte dei finanziatori privati è semmai un problema del mondo anglosassone. Sbaglio?
 
Olga: Il discorso sull'interazione tra partecipazione privata e partecipazione pubblica nel Regno Unito è lungo e complesso. Adesso, poi, è complicato dal fatto che il Regno Unito sta attraversando una pesante crisi economica. Proprio qualche giorno fa il Guardian discuteva del pericolo che, con i tagli alla spesa pubblica che il governo britannico ha fatto, verrà meno una grossa parte del finanziamento statale. Con il risultato che se le università di un certo livello vogliono continuare a mantenere gli standard alti di ricerca e competere con le nuove realtà che si affacciano sulla scena mondiale (la Cina, per dirne una, sta pompando miliardi nella crescita della sua ricerca: chiamateli stupidi!), dovranno sempre più rivolgersi ai privati. E qui si evidenzia il problema del finanziamento privato. I privati, a differenza del governo, non sono tenuti a dare e, soprattutto, non sono un referente fisso e immutabile. Ne consegue che le maggiori università (ma anche le loro divisioni minori, come dipartimenti e college) hanno dovuto mettere in piedi macchine per la raccolta fondi sempre più complesse. Esistono adesso interi uffici che si occupano unicamente di contattare i donatori, invitarli a visitare l'università, negoziare la forma di finanziamento, organizzare cocktail party per conoscere i futuri beneficiari del finanziamento. C'è l'impressione di vivere in un set perenne di evento di beneficenza;  nessun prof./gruppo di ricerca può esimersi dal dare una mano, perché da questo dipende il loro futuro. A volte è svilente.
Per tornare a quello che dici, mi stupisce di scoprire la relativa marginalità del “problema privatizzazione” in Italia perché è proprio contro di questa che sembrano battersi gli studenti medi e universitari al momento. Mi viene di concludere, allora, che sono preda di slogan passatisti; e, bada bene, lo nota una che non è per niente favorevole alla svolta dirigenziale e autoritaria dell'attuale governo! Mi chiedo quali sono allora i veri pericoli del ddl Gelmini.
 
Luciano:  Chi si schiera “a difesa dell'università pubblica” è in perfetta buonafede. Ma sorvola sulle responsabilità del mondo accademico nello sfascio dell'università e finisce col prestare agli studenti slogan logori ed obiettivi generici e inadeguati. Senza contare che ci sono forme di estremismo senile, il peggiore. Tuttavia, se da un lato c'è un dibattito pubblico, da parte di chi si è già nettamente schierato a favore o contro il DDL Gelmini, c'è pure una discussione più riservata, che si sviluppa talvolta nelle mailing list di singoli settori disciplinari. Mi pare interessante soprattutto questo brusio di fondo, dov'è più facile cogliere il confronto tra punti di vista diversi espressi in maniera meno stereotipata. Proverò più che altro a sintetizzare i punti di vista che condivido. Che l'Università italiana faccia acqua da tutte le parti e che, pertanto, avrebbe bisogno di una riforma seria e incisiva, è scontato. Il ddl a mio parere ha il pregio non secondario di proporsi come un progetto complessivo: uno schema di riforma come non se vedevano da decenni. Il ministro Gelmini, che è andata a Catanzaro a fare l'esame di avvocato, che nell'aula del Senato sbaglia l'accento pronunciando egìda e che finora è apparsa un personaggio messo lì solo per sostenere con una bella faccia tosta i massicci tagli finanziari al sistema dell'istruzione, in questo caso ha fatto ricorso a un gruppo di "tecnici" che pretendono di ispirarsi al modello anglosassone.
 
Olga: Mi interesserebbe sapere che cosa si intende in Italia per ‘modello anglosassone'. È interessante che ogni volta che si fanno delle cose indigeste in Italia, si cerca di indorare la pillola ispirandosi a quello che si fa all'estero (vedi i continui abusi del nome di Obama!). Abbiamo appena visto che in quanto a partecipazione di fondi privati, vera chiave di volta del sistema anglosassone, siamo invece molto lontani.
 
Luciano: Hai ragione. Ogni volta che in Italia si sbandierano ‘modelli' occorre andarci piano. Dal punto di vista dei finanziamenti e della presenza dei privati non c'è nessuna relazione.  Si fa riferimento al sistema inglese di valutazione della ricerca e a cambiamenti delle strutture di gestione amministrativa presentati come ‘inglesi'. Il principale aspetto positivo mi pare l'ipotesi di eliminare l'eccessiva frammentazione dei Dipartimenti, attribuendo ad essi competenze didattiche, oltre che in materia di ricerca, e trasformando di conseguenza le Facoltà (anch'esse fortemente ridotte di numero) in organi di coordinamento tra Dipartimenti affini. Ne potrebbero derivare effetti di semplificazione. In Italia attualmente i Dipartimenti sono aggregazioni molto casuali, il cui numero e fisionomia deriva da occasionali aggregazioni di potere, per lo più si tratta di “cordate” accademiche. Rifondare i Dipartimenti in base ad affinità scientifico-disciplinari è il presupposto perché essi possano essere sottoposti a una seria valutazione. Se poi questa salsa inglese è un piatto simile a quello che in Italia chiamiamo ‘insalata russa', ma che in Russia non è mai esistito, non lo so.
 
Olga: Questo è ancora più interessante! Innanzitutto, rivela il solito caos nostrano. Adesso si vogliono accorpare i Dipartimenti per razionalizzare tutto, ma ricordo che solo dieci anni fa la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza si è auto-distrutta per trasformarsi in cinque entità distinte (Filosofia, Lingue, Lettere e Filosofia, Scienze Umanistiche, Lingue Orientali). Il risultato immediato fu quello di moltiplicare le cattedre e i feudi d'influenza, naturalmente. Ho un timore rispetto al ddl Gelmini: che la proposta di razionalizzazione (virtuosa) si trasformi di fatto in un deleterio rinsecchimento di insegnamenti e cattedre, più o meno come è accaduto nelle scuole con la soppressione del tempo pieno e l'accorpamento delle classi. Con il risultato che la mia generazione (ma non solo) avrà ancor meno possibilità di aspirare a un posto all'università. Sbaglio?
 
La risposta al quesito della giovane italo-britannica  alla prossima puntata delle Conversazioni Gelminiane. Stay tuned!

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