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Hard Rock Cafè occupato, il mistero della proprietà
Adesso c'è una nuova vita dopo leasing e fallimenti

Gli attivisti della Comunità resistente piazzetta lo hanno ribattezzato Centro popolare Colapesce e, con attività per le persone del quartiere, stanno cercando di dare a quei locali un volto diverso. Dietro all'immobile, di cui non si conoscono ancora i legittimi proprietari, un passato di tracolli legati a società di altri settori. Guarda le foto

Marta Silvestre

Foto di: Giordano Pennisi

Foto di: Giordano Pennisi

L'immobile di via Cristoforo Colombo a Catania, tra il quartiere Angeli Custodi e la pescheria, recentemente occupato dagli attivisti della Comunità resistente piazzetta che lo hanno trasformato nel centro popolare Colapesce, da anni versava in condizioni di abbandono e degrado. Dal momento in cui era stato chiuso l'Hard rock cafè che, in quei locali, era stato ospitato nei primi anni Duemila. Dietro all'immobile una complicata storia di gestione legata a diverse società operanti in altri settori fatta di concessioni in leasing e fallimenti. Mistero, almeno per il momento, su chi siano i proprietari di questo edificio. 

In sostanza, l'immobile sarebbe stato concesso in leasing dalla Locat Spa alla società Hard Rock Cafè Sicilia Srl. Costituita con un atto del notaio il 4 maggio del 2001, è la sezione fallimentare del tribunale di Catania a dichiararla fallita il 9 ottobre 2009. In quel momento la compagine della società risulta composta da Alessandro Salvatore Biuso, Rosario Massimo Biuso e Salvatore Biuso con una partecipazione dell'uno per cento ciascuno. Il restate 97 per cento è della Biauto Spa, una concessionaria di automobili con sede a Misterbianco di cui erano soci gli stessi Biuso. E lo erano contemporaneamente anche di un'altra concessionaria di auto che con le altre due società aveva dei rapporti di natura economica

L'Hard Rock Café apre i battenti nel 2004 ma, fin dall'inizio, l'attività imprenditoriale non decolla. Nella relazione del 7 gennaio 2010 che decreta il fallimento della società, il consulente contabile e fiscale della curatela scrive che «relativamente ai risultati di esercizio dei diversi anni, è stato rilevato che la società ha subito quasi sempre perdite di esercizio dovute a diversi costi di gestione». Tra i quali anche i canoni di leasing per l'immobile. Perdite di esercizio per un ammontare complessivo che supera il milione di euro. È il 2006 quando l'attività cessa definitivamente. 

L'impresa Locat Spa, diventata nel frattempo Unicredit Leasing Spa, non risulta essere attualmente la proprietaria della struttura che non è mai stata riferibile nemmeno alla società che dà il nome alla catena di ristoranti tematici. Insomma, chi siano i proprietari di quei locali non si sa. I legali che si stanno occupando del fallimento non pare abbiano interesse a scoprirlo né, finora, si è palesato qualcuno a rivendicarne il possesso. In ogni caso, come si legge nella relazione del consulente, «le cause che possono aver determinato lo stato di insolvenza della società sono attribuibili, prevalentemente, a un incauto investimento produttivo, anche in termini di costi del personale, probabilmente non previsto, nonché al basso valore dei corrispettivi incassati, al di sotto di ogni qualsiasi ragionevole previsione commerciale».

Ad anticipare la situazione futura c'erano già alcuni commenti in forum locali dell'epoca. «L'Hard Rock Cafè di Catania rappresenta una delle maggiori occasioni sprecate della città». Scriveva un cittadino appassionato di musica rock nel sito poco dopo la chiusura del locale. «Sono rimasto colpito di trovare un ambiente particolare che mi sarei aspettato solo in città come Roma, Barcellona e Londra. Peccato però per l'acustica pessima e l'impossibilità di godere a pieno dei gruppi che si esibiscono live perché la visuale è impedita dai pilastri in mezzo alla stanza». Vestiti di Madonna ed Elton John, chitarre di Mick Jagger e degli Scorpions e perfino una valigia di Elvis Presley come arredi del locale che attirava, però, per lo più clienti stranieri.

«Credo che nella chiusura abbiano giocato diversi fattori - si legge in un altro commento - Innanzitutto il fatto che il locale si trovava vicino alla pescheria, in zona via Plebiscito e non in centro. Sicuramente non è stato nemmeno pubblicizzato bene, tanto che dalla provincia nemmeno sapevano della sua esistenza. La cucina americana a caro prezzo e non così buona non attirava clientela locale. In pratica, il locale andava avanti solo con la vendita di costosi gadget». 

Adesso, a ridare nuova vita a quei locali ci sono i componenti della Comunità resistente piazzetta. Dal doposcuola per i bambini a uno sportello di supporto per discutere delle risorse e delle problematiche del territorio, da una sala di registrazione aperta a tutti fino a eventi ricreativi e feste. «Le nostre attività sociali gratuite sono molto frequentate, forse anche perché a differenza di una attività imprenditoriale, sono soprattutto a vocazione iperlocale rivolgendosi soprattutto alle persone che vivono il quartiere». 

Mentre in cantiere ci sono già il progetto di una scuola serale e di un corso di inglese, dalla prossima settimana partiranno le attività legate alla ciclofficina, un laboratorio di riciclo con la lavorazione della plastica. «Dalla gente del quartiere stiamo ricevendo molto sostegno anche concreto - spiega l'attivista - ci portano sedie, tavoli e materiale edile utile a rendere questi spazi sempre più vivibili. Il prossimo mercoledì 14 febbraio partirà anche lo sportello contro lo sfruttamento per i lavoratori con un avvocato e altri esperti a disposizione per dare pareri su problemi legati a lavoro nero, contratti e licenziamenti. Questo posto - conclude - sta prendendo forma a misura del quartiere e delle persone che lo frequentano». 

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