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Mineo, pic nic con l’avvocato

Al Cara (Centro di Accoglienza richiedenti asilo) di Mineo si vieta l'accesso anche ai legali che assistono gli immigrati. Lo denuncia Riccardo Campochiaro del Centro Astalli

Redazione Step1

«I richiedenti asilo ospitati a Mineo dovrebbero avere garantito un servizio di consulenza legale. Non solo non lo ricevono ma anche chi vuole fornirlo loro in forma privata, e ovviamente gratuita, viene ostacolato». È quanto denuncia l'avvocato Riccardo Campochiaro, legale di uno degli ospiti del C.A.R.A. (Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo) di Mineo, al quale ieri è stato negato l'accesso al Residence degli aranci, dove si era recato per avere un colloquio con il suo assistito, un immigrato turco-curdo.

Nonostante avesse con sé la nomina ricevuta dal suo cliente e fosse già entrato nel centro il 30 maggio scorso, dopo regolare registrazione, due funzionari della polizia gli hanno prima detto che non risultava essere stato mai registrato e, dopo più di un'ora di attesa, che non era possibile permettergli l'accesso.
Eppure durante l'attesa, oltre ai volontari della Croce Rossa, ai poliziotti e ai mediatori culturali, l'accesso è stato concesso anche a «due panettieri con un furgoncino, nonostante – spiega l'avvocato – solo uno dei due abbia mostrato il documento».

«A me hanno riferito che il dirigente mi negava l'accesso in quanto non autorizzato dalla Prefettura. Ho chiesto che mi fossero messe per iscritto le motivazioni, per poter eventualmente impugnare il provvedimento, ma mi hanno detto che non potevano farlo, né mi hanno voluto dire il nome del dirigente in questione».

Il suo assistito ha quindi dovuto raggiungerlo fuori. Con lui si sono recati nel piazzale antistante l'entrata del centro altri tredici extracomunitari.
«Hanno steso delle lenzuola bianche a terra per farmi sedere», ci racconta l'avvocato. «Mi hanno offerto sigarette e caffè. È stato un bel momento, ma anche una scena paradossale».
Il legale è rimasto seduto a terra dalle 11.15 alle 16.00 a dare consulenza legale a dieci pakistani, un tunisino, un malgascio e un ivoriano.

«Queste persone – spiega Campochiaro – non possono andare fisicamente a cercarsi un avvocato, perché oltre a non conoscere bene la lingua e il posto, dovrebbero andare a spese loro e non possono permetterselo – tra l'altro non ricevono nessun pocket money – quindi, visto che il servizio di consulenza legale è fondamentale per un richiedente asilo, dovrebbero pagare loro l'autobus o permettere agli avvocati di entrare».

Cinque degli extracomunitari che ha incontrato lo hanno nominato come legale. Chissà se dovrà attrezzarsi con un tavolo da pic nic la prossima volta.

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