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Mafia, le rivelazioni dell'imprenditore pentito Grasso
«Raffaele Lombardo, i Forconi e gli affari di Ercolano»

Parla per la prima volta, nel processo Caronte, il costruttore di Milazzo, provincia di Messina, arrestato insieme a Vincenzo Romeo nel 2017. Per il nipote di Nitto Santapaola avrebbe gestito un'enorme quantità di denaro. Alla fine dello scorso anno il passo indietro e la decisione di incontrare i magistrati

Dario De Luca

Da vittima di estorsioni a persona vicina alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Da uomo di assoluta fiducia del nipote di Nitto Santapaola a collaboratore di giustizia. Se l'imprenditore Biagio Grasso fosse una canzone sarebbe Changes di David Bowie. Una vita in continuo cambiamento ma da qualche mese segnata, forse, in maniera definitiva. Nato a Milazzo, provincia di Messina, 46 anni fa, Grasso è finito dietro le sbarre il 6 luglio 2017, coinvolto nell'inchiesta Beta che ha svelato l'esistenza di una costola di Cosa nostra catanese all'ombra dello Stretto. Un insieme di colletti bianchi e mafiosi interpreti di quella mafia 2.0 che si è riuscita a inserire nei salotti buoni della città. Cinque mesi fa Grasso ha deciso però di passare dall'altro lato della barricata iniziando a parlare con i magistrati. Nei suoi verbali finisce pure Enzo Ercolano, imprenditore dell'autotrasporto arrestato a novembre 2014, perché ritenuto il nuovo vertice dei Santapaola-Ercolano. Le accuse al figlio del defunto boss, Pippo Grasso le svela in video collegamento durante il processo con rito ordinario nato dall'inchiesta Caronte

«Romeo ed Ercolano si sono sempre occupati di trasporti - spiega ai pm Antonio Fanara e Agata Santonocito -. Per tutta una serie di incentivi messi a disposizione dal governo si voleva investire nel campo dei collegamenti marittimi attraverso la società Autostrade del mare». L'affare dell'attraversamento dalla Sicilia alla Calabria si sarebbe concretizzato tramite un contratto d'affitto di tre imbarcazioni della società Amedeus, riconducibile al politico vicino alla 'ndrangheta Amedeo Matacena, attualmente latitante a Dubai. «In questo affare erano interessati altri soci della zona di Catania e una parte di accordo era stato fatto con l'onorevole - continua Grasso -, che aveva un ruolo di copartecipazione. Lo stesso sapevo avesse degli interessi in campo marittimo con le famiglie Franza e Genovese di Messina». I discorsi sugli Ercolano risalirebbero proprio al periodo degli arresti del blitz Caronte. Quando all'interno degli uffici di viale Boccetta l'imprenditore avrebbe ascoltato le rivelazioni di Enzo Romeo, imparentato con i Santapaola e ritenuto l'esponente dell'ala moderna di Cosa nostra a Messina. «In quella occasione mi confidò che Ercolano era vicino a un partito che non ricordo come si chiamava, forse dei Forconi, che in quel momento tutelava gli autotrasportatori e faceva riferimento al presidente Raffaele Lombardo. Si facevano dei blocchi e in un'occasione partecipò anche Ercolano».

I rapporti con la politica sono una costante. E i magistrati chiedono a Grasso se conosce altri aspetti sul fronte etneo. «Da Romeo ho sentito parlare anche di Angelo Lombardo. Mi disse che era stato aggredito e poi Enzo Ercolano intervenne per dipanare la vicenda». L'imprenditore diventato collaboratore spiega anche di averlo conosciuto direttamente l'uomo che adesso accusa: «La sua ditta si chiamava Geotrans e sono andato a visitarla sia alla vecchia sede che in quelle più a Sud di Catania, vicino alla tangenziale. Avevamo fatto un sopralluogo in dei terreni sulla vecchia statale dove c'è un grandissimo lago artificiale di sua proprietà. Ci eravamo andati perché Ercolano voleva creare un centro di riciclo di materiali provenienti dall'edilizia».

Anche in alcune intercettazioni contenuti negli atti dell'inchiesta Beta Enzo Romeo faceva più volte riferimento ai cugini etnei Vincenzo e Cosima Palma Ercolano. Raccontando anche di un presunto aiuto economico che gli avrebbe dato dopo il sequestro della Geotrans. «Io - diceva il nipote di Nitto Santapaola - ogni mese ho troppo bordello, ho troppa gente sulle spalle... vedi che ho un mare di spese, ora vedi mi ha chiamato mio cugino da quella parte, mia cugina, gli devo mandare pure qualcosa di soldi... minchia ho un bordello». Il clima in aula si scalda quando si passa al controesame dei difensori. Gli avvocati scorrono i verbali del collaborante, in lunga parte omissati, e gli contestano diversi passaggi delle sue dichiarazioni fornite durante l'esame dell'accusa: «Ha detto che nell'affare dei trasporti marittimi c'erano coinvolte altre persone. In che termini?». Domanda che trova subito l'opposizione, poi accolta dal presidente della corte: «Si tratta di personaggi che non riguardano questo processo».

Dopo 18 anni per Grasso sembrano lontani i periodi in cui era vittima della mafia e sottoposto alle estorsioni di Nino Merlino, il killer del giornalista Beppe Alfano. A descrivere il personaggio ci hanno pensato Carmelo D'Amico, un tempo esponente di spicco della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. «Ha pagato al nostro gruppo a partire dal 2000 [...]. Poco prima del mio arresto mi chiese se poteva fare scaricare ad esponenti delle criminalità organizzata calabrese 500 chili di cocaina».

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