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Quant'è siciliana Dublino
Giovani al bivio tra lavoro e voglia di tornare

Sono partiti con uno zaino e tante speranze. Quasi come i loro nonni. Ma spesso con una laurea in tasca e il sogno di un contratto che li rispetti. Sono approdati in Irlanda, tra birra, colloqui on line e gli hobby di sempre. La prospettiva? «Tornare e poter costruire qualcosa con il bagaglio professionale che mi sto facendo lavorando a Dublino», racconta Fabio. Riprendiamo le loro storie raccolte da Giorgio Ruta de Il Clandestino per I Siciliani giovani

Redazione

«Qui siamo persone. Valiamo un contratto di lavoro serio». Fabio s’è laureato a Catania, in informatica. Ma ora lavora qui. «Tornerai in Sicilia?». «Tu che ne dici?».

C’è Fabio, capelli lunghi e bruni, e un posto in una grande azienda informatica. Cresciuto a Pozzallo, piccola cittadina marinara nel ragusano, anche se ormai la carta d’identità lo dà per residente a Dublino. C’è Silvia, palermitana, sorriso sincero, con un posto alla Google. Un sogno. Ma lungo la centrale O’ Connell Street, tra i fast food che vendono panini lerci, non si sente l’odore di pane e panelle. Lo stesso cielo lo vede Paola, che viene da Modica, anche lei ragusana, laureata con il massimo dei voti alla Bocconi e ora un presente ed un futuro in Irlanda. E poi c’è Dario, calabrese che non rimpiange la propria terra, studente erasmus a Dublino con in tasca una laurea triennale in Scienze politiche a Siena. Il suo sguardo la sera per rientrare a casa non incrocia più il lungo mare di Reggio ma sfiora la centrale Grafton Street, dove una marea di gente invade i negozi nella bolgia dello shopping. Anche Marco viene dalla Calabria e al momento vive in un freddo ma accogliente ostello. È partito, con uno zaino in spalla, alla ricerca di un lavoro che gli desse un futuro: «Dalle mie parti lavoro ma non posso progettarmi neanche il giorno dopo. Voglio prendere aria e per questo sono qua».

Fabio, Marco, Silvia, Paola, Dario sono i nuovi migranti italiani. Non ci sono più valige di cartone, cabine e gettoni telefonici. Sono i migranti del 2000: zaino in spalla, facebook e skype per comunicare. La generazione duemila o forse la generazione zero.

Fabio, 26 anni, lo incontriamo quando finisce di lavorare. Appuntamento al Trinity college e poi di corsa in un vecchio pub. Gli sgabelli sono in legno e nelle pareti sono appese vecchie foto in bianco e nero. In un angolo del locale un vecchio musicista, con i baffi all’insù che sembran toccare il cielo, suona Galway girl, una vecchia ballata irlandese che scatena una danza, sciolta dai fumi dell’alcol. Fabio sorride davanti a una pinta di birra scura comincia a raccontare la sua avventura. «Io appena mi sono laureato a Catania, in informatica, ho pensato di iscrivermi a Como, in un corso che mi piaceva molto. Serviva l’inglese e allora ho deciso di passare un po’ di tempo a Dublino per migliorare la lingua». Fabio non è più tornato e mentre il vecchio musicista intona A whiter shade of pale dei Procol Harum ci confessa: «Ho tentato, così quasi per gioco, e ho mandato il mio curriculum ad alcune aziende. Una di queste mi ha chiamato, io non ci credevo, e mi ha detto di fare un colloquio». Il colloquio era un po’ strano. Dall’altra parte della scrivania non c’era nessuno in carne ed ossa ma uno schermo con un uomo a Los Angeles. Per Fabio è la svolta. Ora si occupa di sistemi antivirus ed è contento del suo lavoro. «E' impensabile che in Italia possa accadere la stessa cosa e soprattutto qui ti trattano con dignità. In Italia tu sei il suddito e l’altro è il tuo padrone. È una questione di mentalità – riflette Fabio – Io, quando ho cominciato a lavorare, ero un po’ servile, come siamo abituati a fare noi, ma poi ho capito che qui è diverso. Qui siamo persone e valiamo un contratto a tempo indeterminato».

Ma l’odore del paese non esce dalla mente di Fabio. Un rapporto quasi carnale quello che lo lega alla sua terra, come ogni buon siciliano. «A me manca tantissimo la Sicilia e a volte mi sento quasi in colpa per averla lasciata. Ma io voglio tornare e poter costruire qualcosa laggiù con il bagaglio professionale che mi sto facendo lavorando a Dublino». Intanto la pinta è già mezza vuota e nell’aria c’è un vecchio brano di Bob Dylan quando Fabio comincia a parlare del suo grande hobby. Appena esce «ro travagghiu» – come dice lui in maniera poco british – va a suonare con gli amici. Hanno messo su una band con la voglia di inondare le strade piene di artisti di Dublino con i propri suoni: un po’ mediterranei, un po’ irlandesi. Quando era in Sicilia, Fabio era il frontman di una band molto nota nel suo ambiente: gli Skaramanzia. Giù e su dai palchi di mezza Italia e un cd all’attivo. Cantavano la voglia di cambiare, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Al momento ci siamo fermati per ovvie ragioni ma io spero che primo poi ripartiremo».

Sono tante le speranze sotto il cielo d’Irlanda. Ci sono i sogni di Fabio come quelli di Silvia o Dario. C’è il cantante che suona una ballata ai migranti e un’Italia che si allontana.

Giorgio Ruta de Il Clandestino su I Siciliani giovani

[Foto di remuz]

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