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Unict, volano stracci sullo Statuto
Prof contro «l'ultimo giapponese» Di Cataldo

Dopo la lettera inviata al Rettore nella quale il preside di Giurisprudenza chiede di rimettere in discussione il regolamento d'Ateneo, bocciato dal Ministero, arriva la lettera di Bruno Caruso, docente di Diritto del lavoro, che invece è di parere opposto: «Non si può tornare indietro, far fretta oggi non è sintomo di decisionismo nevrotico o politico, ma deriva da una esigenza di certezza su cosa fare, come fare e dove andare»

Redazione

Il prof Di Cataldo? Ha peccato di self restraint: «Un preside alla fine del suo mandato non dovrebbe alimentare una guerra istituzionale infinita». Così la pensa Bruno Caruso, docente di Diritto del Lavoro che, con una lettera inviata alla mailing list d'Ateneo, risponde alle dure parole rivolte dal giurista al rettore Antonino Recca sull'affaire Statuto, il documento considerato illegittimo dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e impugnato per questo davanti al Tar. Mentre studenti e sindacati tornano a protestare contro il Magnifico, che, per ora, non risponde.

Ecco la lettera del prof Bruno Caruso, che riprendiamo dal sito del Movimento studentesco catanese

Caro Preside
ho letto la tua mail, devo dire con un po’ di dispiacere e malinconia. Non intendo entrare nel merito tecnico delle questioni che tu sollevi; sul piano formale, mi limito a rilevare che suona non proprio in linea con una corretta etichetta istituzionale - che avrebbe, invece, implicato un maggiore self restraint - una simile e dura posizione politica, in nome e per conto di un organo, e in un ruolo che come tu stesso rilevi, sono in via di ineluttabile esaurimento. Un preside alla fine del suo mandato istituzionale non dovrebbe alimentare una “guerra istituzionale infinita”; il richiamo al vecchio soldato giapponese, rimasto solo in trincea, quando vinti e vincitori (ammesso che sia legittimo utilizzare tale terminologia bellica) dovrebbero rimboccarsi le maniche, sanare le ferite e contribuire a costruire il futuro, diventa inevitabile.

Il sentimento di malinconia deriva dal fatto che la tua missiva mi fa pensare ad un atteggiamento che ritengo errato, ma che appartiene ad ognuno di noi, quando alla fine di una fase della propria vita, anche istituzionale, è spesso tentato a ripiegare e rimuginare sul passato, invece, di proiettarsi e ricollocarsi positivamente nel futuro. Non possono che scaturire umori negativi e sensazioni spiacevoli, anche sul piano dello stile, e la tua lettera ne è dimostrazione.

Il dispiacere misto a sorpresa originano, invece, dalla tua posizione politica: pur di andare contro questa amministrazione abbracci, senza se e senza ma, le ragioni del più vetero centralismo ministeriale: ti schieri de plano con i due ministri contro il tuo rettore e a favore della burocrazia ministeriale che credo, per quel che conosco dai miei studi, oggi stia difendendo una sua precisa posizione di ruolo e di potere, dietro la schermatura dei rilievi di legittimità; ma non ci avevi spiegato che la tua battaglia era condotta nel nome della difesa rigorosa del principio di autonomia e contro ogni centralismo?
Non posso non evidenziare come la tua posizione mi ricordi un tipico vizio della del peggior politicismo italico: i principi piegati, disinvoltamente, alle micro battaglie tattiche e di interesse.

Possiamo essere d’accordo o dissentire con le posizioni del nostro Rettore assunte nella vicenda statutaria, purtroppo per te, condivise da una schiacciante maggioranza dei componenti degli organi deliberativi e di altri colleghi giuristi (il diritto mi insegni è contendibile nella sua interpretazione e per questo ci sono i giudici terzi e, fino alla loro decisione, è opportuno tacere); mi limito, però, a evidenziare un mio stato d’animo personale che molti colleghi, credo pure della nostra “ex” facoltà (abrogata per legge e non per volontà del Rettore) , condividano. Far fretta oggi non è sintomo di decisionismo nevrotico o politico, ma deriva da una esigenza di certezza su cosa fare, come fare e dove andare, un sentimento di incertezza che accomuna tutti nella esigenza di uscire presto dalla transizione. Ti sembra plausibile, con le urgenze in campo, una transizione lenta e infinita verso l’ignoto, che è quello che sembri proporre? O non cela, questo atteggiamento, un altro vizio antico, quello del gattopardismo?

Ahinoi, la scatola vecchia è stata irrimediabilmente svuotata di contenuti e congegni, per volontà del legislatore e non del rettore; riempire di contenuti la nuova scatola e rendere al più presto operativa la macchina per affrontare l’immane compito di rilancio dell’università italiana, credo che sia un interesse generale che non appartiene né a me, né a te ne’ al Rettore, ma all’intera comunità dell’ateneo catanese.
Sono convinto che un atteggiamento di saggia collaborazione e non di precostituita e violenta rottura è in più linea con la venerabile tradizione della nostra (ex) facoltà .

Con amicizia,
Bruno Caruso

[Foto di dullhunk]

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