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Mafia, pizzo e coca su Sant'Agata
Ecco le dichiarazioni dei pentiti

Estorsioni, bische, droga. Dal processo per le infiltrazioni mafiose nei festeggiamenti per la patrona catanese che si avvia alla conclusione, emerge un quadro pieno di ombre. Sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Natale Di Raimondo e Daniele Giuffrida, entrambi affiliati, con responsabilità diverse, al clan Santapaola. Secondo i loro racconti, nel corso degli anni '90 la criminalità organizzata catanese avrebbe controllato la gestione di diverse candelore e perfino soste e percorsi della vara

Leandro Perrotta

Il processo in corso per le presunte infiltrazioni mafiose nella festa di sant'Agata è partito nel 2008. Davanti ai giudici della quarta sezione penale del tribunale di Catania, presieduta dal giudice Fichera, sono accusati di associazione mafiosa finalizzata a ottenere ingiusti vantaggi nell’ambito della festa alcuni nomi noti della criminalità organizzata catanese: Nino Santapaola, nipote del boss Benedetto, e il figlio minore di quest’ultimo Francesco Santapaola. Salvatore Copia e quattro esponenti della famiglia Mangion: Enzo, Alfio, Vincenzo e Agatino. Giunto alla fase della discussione, il processo  - che riprenderà il 24 aprile - vede tra gli imputati anche l’ex presidente del circolo S. Agata alla Collegiata, Pietro Diolosà, accusato di concorso esterno. Mancano dunque pochi mesi alla sentenza e alcuni degli atti su cui si basa il processo sono finalmente disponibili. In particolare le deposizioni dei collaboratori di giustizia Natale Di Raimondo, reggente a metà degli anni '90 del gruppo di Monte Po, e di Daniele Giuffrida, membro del clan D'Emanuele che opera in via Plebiscito, entrambi affiliati alla famiglia Santapaola. I due collaboratori di giustizia parlano esplicitamente della gestione delle candelore da parte dei clan mafiosi negli anni tra il 1992 e il 1998.

La gestione della festa è responsabilità del Comune di Catania - che si è costituito parte civile nel procedimento -  ma riguarda solo in parte le candelore, custodite dall'amministrazione all'interno delle chiese di San Francesco all'Immacolata e di San Placido. In particolare, le candelore dei pescivendoli, dei macellai e dei fruttivendoli, di cui si parla esplicitamente nelle dichiarazioni dei pentiti insieme a quella dei pizzicagnoli, sono invece affidate ad associazioni di cittadini che ne curano la custodia. Proprio queste quattro, secondo i racconti di Di Raimonto e Giuffrida, sarebbero state gestite dai clan affiliati ai Santapaola, insieme alla candelora del circolo sant'Agata. Ecco quanto si legge nelle dichiarazioni di Giuffrida: «Il cereo dei pizzicagnoli, candelora dei “fummagiari” era gestito dalle famiglia dei Ceusi e Cappello, alle quali il mio gruppo riuscì a sottrarla con la forza nel 1994-1995. Anche gli altri cerei venivano gestiti da clan mafiosi. Quello dei “pisciari” (pescivendoli ndr) era gestito dal clan Savasta. Il cereo dei macellai, invece, era gestito dai Cappello che gestivano anche il cereo dei fruttivendoli. Non sono a conoscenza se le altre candelore, ad esempio, quella del circolo sant’Agata, siano “gestite” allo stesso modo».

Secondo quanto racconta Di Raimondo invece, proprio il cereo del circolo Sant'Agata, dal 1993 fino alla decisione di Di Raimondo di diventare collaboratore di giustizia, nel 1998, avrebbe fatto tappa nel quartiere di Monte Po per rendergli omaggio. Racconta Di Raimondo: «decisi di fare arrivare la candelora nel quartiere sia per acquisire maggiore prestigio quale “mafioso” sia per senso di devozione verso la Santa. Il quartiere era perfettamente a conoscenza che la candelora era a Monte Po per una mia iniziativa. La “venuta” della candelora nel quartiere, comportò una spesa di circa 30-40 milioni di lire. Con tale somma vennero pagati i portatori, l’illuminazione del quartiere e i fuochi di artificio. Io non mi sono materialmente occupato dell’organizzazione, perché in entrambe le occasioni versai i soldi a mio zio, che era uno dei portatori di quella candelora, il quale si interessò di tutto. Mio zio non faceva parte dell’organizzazione».

La cifra, stornata dai proventi di una bisca clandestina di zecchinetta, sarebbe stata secondo Di Raimondo motivo di contrasti con gli altri gruppi del clan Santapaola, a suo modo di vedere gelosi per il prestigio derivante a Di Raimondo dalla candelora. Racconta sempre Di Raimondo: «A celebrazione della venuta della candelora nel quartiere, feci realizzare uno stendardo con l’indicazione del nome della mia famiglia, con la dicitura “Di Raimondo 1992-1993”, che all’epoca costò tre milioni di lire. Lo stendardo venne appeso alla candelora del circolo di sant’Agata e vi rimase mentre io ero detenuto. Poi, nel 1998, non venne più appeso perché io ero diventato collaboratore di giustizia».

Solo il prestigio personale derivato dalla festa, secondo i racconti di Di Raimondo, sarebbe stata quindi la motivazione della gestione della candelora del circolo sant'Agata. Tanto che lo stesso collaboratore dichiara: «Non mi risulta che altri gruppi appartenenti alla famiglia Santapaola abbiano avuto, fino al 1998, alcun interesse nella festa di sant’Agata. La partecipazione ai festeggiamenti di appartenenti alla famiglia Santapaola avveniva per devozione individuale. Ricordo che una sera vidi Nino Santapaola, fratello di Enzo ed entrambi figli di Salvatore Santapaola, fratello di Nitto, che vestito del sacco e portando un grosso cero sulle spalle, seguiva la processione all’interno dei cordoni».

Ben diversa la versione di Giuffrida: i motivi che portano alla gestione di una candelora sarebbero prettamente economici. «L'interesse a gestire un cereo è di natura esclusivamente economica. Ogni settimana venivano raccolte piccole offerte, da duemila a cinquemila lire, da ciascun esercente, raccogliendo a fine anno anche 200 milioni di lire. Una parte veniva utilizzata per pagare i portatori, ai quali veniva anche fornita gratis della cocaina detraendo il costo dalla somma complessiva. Altra parte della somma veniva destinata al pagamento del fuochista. Circa 150 milioni venivano versati in un fondo cassa del gruppo utilizzato per il pagamento degli stipendi o per acquistare cocaina o armi. Altri interessi economici riguardavano le scommesse che venivano fatte al momento della salita di San Giuliano e che si basavano sulla durata del tempo in cui il cereo veniva tenuto sollevato. Ricordo che in una occasione il mio gruppo scommise circa 15 milioni. Anche i Cappello operavano come noi. Loro, addirittura, chiedevano ai commercianti il pagamento di una somma giornaliera che andava da cinquemila a 50mila lire. La somma pagata dai commercianti era in sostanza una estorsione. I Cappello, a differenza nostra, raccoglievano queste somme ogni giorno e poi non ne chiedevano altre ai vari commercianti. Noi invece, come i Savasta, chiedevamo ai commercianti delle somme minori e con cadenza settimanale per la “candelora” e, inoltre, sottoponevamo i vari commercianti al pizzo. Il mio gruppo aveva altri introiti dalla festa di sant’Agata. In particolare i devoti offrono al passaggio della Santa numerose candele, che vengono poi scaricate nelle soste della vara in un alcuni camion. Ebbene, la ditta che si occupava di raccogliere questa cera, era obbligata a consegnare al nostro gruppo la somma di 50 lire per ogni chilogrammo raccolto. Nei tre giorni di festa, la ditta ci consegnava una somma di circa 15 milioni di lire. Anche in questo caso si trattava di una vera e propria estorsione. Non so il nome della ditta».

Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni di Di Raimondo e Giuffrida, il circolo Sant'Agata avrebbe avuto grande importanza nella pianificazione della festa. «Era in quel circolo che si decidevano le questioni relative ai fuochisti e alle gestione dei cerei con tutto il ritorno economico che ne derivava. Quanto sopra riferito, era a conoscenza degli organizzatori e di tutti i frequentatori del circolo, perché il circolo veniva frequentato soprattutto per i motivi di interesse che sopra ho indicato», dichiara Giuffrida. Mentre Di Raimondo racconta del suo incontro con Pietro Diolosà, presidente del circolo. «Ho conosciuto Pietro Diolosà, me lo presentò mio zio, come uno di quelli che “contavano” per la candelora del circolo di sant’Agata: ricordo che era alto e con i baffi». Il pentito ricorda che quel giorno a Monte Po' sarebbe stato presente il capo delle cerimonie Maina ma non può dire che sapesse della sua iniziativa.

Dai racconti di Giuffrida emergono anche ingerenze nello svolgimento della processione: «Per quanto riguarda l’organizzazione del giro della Santa, non ho particolari conoscenze. So, però, che la vara viene portata fuori dal Duomo da appartenenti al circolo di sant’Agata, anche se non li conosco personalmente. Ancora ricordo che nel 1994-1995, mentre ero agli arresti domiciliari, feci un’evasione. Parlai (...) con una persona che dirigeva i movimenti della Vara. Si trattava di una persona grossa, con baffi e occhiali. Gli dissi che doveva sostare in via Plebiscito, dopo il bar Lanzafame. Io deduco che la sosta aveva lo scopo di fare vedere la Santa a Natale D’Emanuele, a quell’epoca latitante e con molta probabilità nascosto in una casa in quella zona di via Plebiscito, ove egli possiede numerosi immobili. Di fatto la sosta avvenne per circa dieci minuti, come richiesto».

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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