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Capuana, ostilità tra la setta e la diocesi di Acireale
Lettere al Papa, difese illustri e minacce telefoniche

Un lungo carteggio tra le istituzioni ecclesiastiche è finito nel fascicolo della procura che ha chiesto il processo per i presunti abusi sessuali commessi dal santone. Alla fine degli anni Ottanta, in una lettera si legge: «Sembra un partito politico»

Simone Olivelli

Denunce ai carabinieri e alla polizia, segnalazioni informali, richieste ufficiali al vescovo, e poi ancora la lettera di difesa da parte di un giudice, fino agli appelli al papa Paolo VI. Per capire la genesi del gruppo di Piero Capuana - fondatore del cenacolo di Lavina e oggi indagato per ripetuti abusi sessuali su numerose ragazze, molte delle quali minorenni - bisogna risalire indietro nel tempo di oltre quarant'anni. A metà anni Settanta, quando attorno alla piccola parocchia ricadente nel territorio di Aci Bonaccorsi iniziarono a radunarsi una schiera di figure che ben presto fecero parlare di sé. Destando non soltanto scandalo nei fedeli legati a una concezione tradizionale della dottrina cristiana, ma anche nelle istituzioni ecclesiastiche che si sono accorte di dovere affrontare una resistenza più che tenace.

Buona parte di questi documenti sono stati consegnati dalla diocesi di Acireale ai magistrati della procura di Catania, che nelle scorse settimane hanno chiesto il rinvio a giudizio per Capuana e altre sei persone. Tra le quali l'ex parlamentare regionale Mimmo Rotella, le assistenti del santone, e un sacerdote, che sarà giudicato anche dalla Chiesa perché accusato di avere rivelato i contenuti di una confessione. Il carteggio descrive quanto sarebbe accaduto a Lavina subito dopo la fondazione del gruppo di Capuana, avvenuta nel 1974 con il benestare del sacerdote del tempo, don Stefano Cavalli. Prelato ancora oggi ricordato con passione dai seguaci del santone, considerato capace di mettere in atto esorcismi ma definito dall'allora vescovo Pasquale Bacile una figura «incapace di vero discernimento e mancante di polso, portato a una religiosità misticheggiante e credulona».

È nel rapporto tra padre Cavalli e il vescovo Bacile che si rintracciano i primi sintomi di uno scontro all'interno della Chiesa di Acireale sulle attività del Cenacolo. L'alto prelato invita spesso, e per iscritto, il prete di Lavina a fare attenzione a quanto avviene all'interno della sua comunità. Citando, anche, «fatti particolarmente gravi sul piano dottrinale, morale e disciplinare». A una prima ammonizione nei confronti del sacerdote seguono una lunga serie di altri provvedimenti e l'esortazione a ripristinare l'ordine all'interno della chiesa, evitando pratiche in disaccordo con la dottrina ufficiale. Un caso su tutti: il racconto di una donna che, durante un momento di trance, avrebbe emesso dalla bocca petali di rose e ostie consacrate. 

La morsa del vescovo va avanti per oltre un anno. Fatto che spinge il gruppo di Capuana, nell'estate 1977, a rivolgersi direttamente alla segreteria di Stato del Vaticano. «Santo Padre, accorra in tempo: un'indegna ingiustizia viene fatta a noi piccoli. Il vescovo di Acireale già da tempo sta percuotendo noi e il nostro pastore (Cavalli, ndr) e ora si prepara a crocifiggerlo», si legge nella lettera, adesso acquisita dai magistrati etnei. Pasquale Bacile, però, non ci sta e il 7 novembre dello stesso anno replica duramente, scrivendo una relazione sul Cenacolo per l'allora pontefice Paolo Vi: «Sorto come gruppo di preghiera, in seguito un certo numero di giovani perlopiù provenienti dalla vicina Catania si scoprirono ben presto carismatici - scrive Bacile -. Per bocca di alcuni di loro, così lasciano intendere, si esprimono gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele». Il vescovo si sofferma sul primo dei tre arcangeli, ovvero Capuana, dicendo che «il giovane finge di cadere in trance e pretende di rispondere a qualsiasi domanda posta dai presenti». Bacile conferma al Vaticano come il gruppo sia dedito a guarigioni ed esorcismi, che avverrebbero tanto in chiesa quanto in altri locali. Per attirare i propri seguaci il gruppo punterebbe a «soggiogare psicologicamente i frequentatori, usano molto l'intimidazione psicologica e non esitano - sottolinea il vescovo - a insultare e minacciare grossi castighi a quanti li contraddicono o se ne allontanano. Li dichiarano indemoniati». 

I componenti del cenacolo di Capuana, a quel punto, tentano una mediazione. Avvertendo comunque che qualora la posizione del vescovo non fosse cambiata sarebbero andati «in fondo, affinché la verità trionfi». A loro sostegno arrivano anche contributi illustri come quello - su carta intestata - del pretore di Acireale Vittorio Fontana, di sua moglie e di suo suocero, tutti seguaci della comunità. Si arriva così a marzo 1978 e alla denuncia, da parte del vescovo Bacile, di telefonate contenenti «volgarità, insulti e minacce» che lui e i suoi assistenti avrebbero ricevuto. In quella primavera Bacile scrive anche al prefetto della Santa congregazione per i vescovi di Roma, dicendo che all'interno del cenacolo «è particolarmente gradita e ricercata la presenza delle giovani le quali, quanto più sono avvenenti, tanto più si sentono invogliate a partecipare, lusingate di poter ricevere una più larga effusione di spirito santo». L'attacco è frontale: «Perseguono fini reconditi, per raggiungere i quali hanno bisogno di gente sprovveduta e portata al fanatismo e alla superstizione».

Stando al carteggio in mano ai magistrati, i rapporti tra vertici diocesani e cenacolo sembrano migliorare con l'insediamento del nuovo vescovo Giuseppe Malandrino. Nel fascicolo dell'inchiesta si trova un appunto con in alto a destra la firma dell'alto prelato, alla guida della diocesi di Acireale dal 1979 al 1998. Nel testo si citano gli aspetti apprezzati - per esempio il coraggio di andare contro corrente - del gruppo di Lavina, quelli da capire meglio, alcune riflessioni - «ho l'impressione che Piero non sempre valorizzi sufficientemente alcuni elementi più maturi. Ciò è dovuto a prudenza o inconscia gelosia?» - e ciò che invece non si condivide, come il fatto di riunirsi fuori dalla diocesi, a Motta Sant'Anastasia

Un decennio dopo a tornare sulle attività di Capuana e della sua comunità è don Orazio Finocchiaro. Parroco che già anni prima aveva seguito per diversi mesi le attività di Lavina non senza perplessità, seppure dichiarando che il gruppo non andava sciolto. Nel 1989, le critiche di Finocchiaro sono più forti. «Ormai le persone assidue sono oltre 650. Il numero non sarà a discapito di una seria formazione?», si chiede il prelato. Prima di spingersi in una riflessione ancora più significativa: «La conduzione sembra più quella di un partito politico che di un gruppo che si definisce ecclesiale». Il resto è storia recente, su cui presto saranno chiamati a esprimersi i giudici. 

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