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Dissesto, quello schiaffo della Corte dei conti al Comune
«Ricorso infondato e Milleproroghe inutile per Catania»

Il viceprocuratore generale Marco Boncompagni sintetizza cinque anni di bilanci in rosso, goffi tentativi di rimettere le cose a posto e azioni politiche inefficaci. Le sue memorie, depositate il 29 ottobre, saranno la base delle motivazioni dei giudici di Roma

Luisa Santangelo

Foto di: Luisa Santangelo

Foto di: Luisa Santangelo

Il ricorso era del tutto infondato e l'emendamento al decreto Milleproroghe era inutile per la città di Catania. Il viceprocuratore generale della Corte dei conti Marco Boncompagni ha il dono della sintesi e, in sole venti pagine, fotografa cinque anni di bilanci in rosso, azioni politiche inefficaci e goffi tentativi di rimettere le cose a posto. Le sue memorie, depositate il 29 ottobre, costituiranno probabilmente la base delle motivazioni con le quali le sezioni riunite della magistratura contabile a Roma hanno rigettato il ricorso del Comune di Catania contro la dichiarazione di dissesto

Nel testo, durissimo, i punti chiave sono essenzialmente due: i debiti fuori bilancio fortemente sottostimati in sede di approvazione del piano di riequilibrio originale, nel 2013, e il ricorso costante alle anticipazioni di cassa che non è servito a migliorare lo stato delle finanze comunali e, anzi, non ha fatto altro che produrre interessi. In altri termini: i numeri erano sbagliati all'inizio e, dopo, non si è fatto niente per aggiustarli. Si è tentato, anzi, di prendere tempo: come pretendere di fare passare per rispettata la scadenza del 31 maggio per l'approvazione di una delibera consiliare votata solo il 2 giugno?

I primi scostamenti rispetto alla procedura di rientro votata nel 2013 cominciano già nel 2014. Quando cioè «sono emersi debiti fuori bilancio in attesa di riconoscimento per circa 50 milioni di euro, non ricompresi nel piano di riequilibrio, neppure a titolo di passività potenziali, pur risultando in gran parte derivanti da sentenze e provvedimenti giurisdizionali esecutivi». Senza contare che il disavanzo di amministrazione, nel 2013 calcolato in 140 milioni, nel rendiconto dell'esercizio finanziario successivo sale già fino a 169 milioni di euro. Già allora, secondo il magistrato, si sarebbe dovuto capire che qualcosa non andava e che i «fattori di squilibrio» calcolati all'inizio avrebbero dovuto essere, in realtà, moltiplicati. Per fare un altro esempio, continua Boncompagni, la stima delle passività potenziali nel 2013 si ferma a otto milioni di euro. A fronte, però, di contenziosi legali conteggiati nel 2016 per 712 milioni di euro e dell'assenza di un fondo rischi per le spese legali. Tutte cose alle quali avrebbe dovuto pensare l'assessore al Bilancio di allora, che è lo stesso di oggi: il vicesindaco Roberto Bonaccorsi.

«Le previsioni del piano non sono il bilancio dell’ente ma bensì solo gli scostamenti attesi rispetto al bilancio di previsione 2012», replica Bonaccorsi in una nota inviata a questa testata. «Per valutare le previsioni di una misura occorre pertanto sommare al dato inserito nel bilancio il valore del piano - aggiunge - Il valore complessivo previsto per oneri straordinari necessari a fronteggiare debiti fuori bilancio scaturenti anche dal contenzioso nei dieci anni di vigenza del piano (tra bilancio di previsione e piano) è pari a oltre 300 milioni di euro, dato ben diverso dagli otto indicati».

Le responsabilità, tuttavia, non si fermano al peccato originale: nelle venti pagine di memorie accusatorie si parla anche del «progressivo incremento del ricorso alle anticipazioni di tesoreria, dei modesti e insufficienti tassi di riscossione delle entrate tributarie». Con la conseguenza che i residui attivi - cioè quanto il Comune deve incassare - vengono quantificati dalla Corte in 905 milioni di euro. Cifre in parte destinate a rimanere scritte nel ghiaccio, allo stato attuale della riscossione (le percentuali di evasione, a Catania, sono a due numeri), e di conseguenza cancellate in grossa percentuale poiché riferite a crediti vecchi più di cinque anni. Inoltre, ogni anticipazione richiesta e «puntualmente inestinta» genera un «notevole aggravio della spesa per interessi passivi». Ecco la croce dell'ex primo cittadino Enzo Bianco. Come restituire i soldi, del resto, se in cassa non ce ne sono? Nel 2013 il Comune ottiene oltre 182 milioni di euro, nel 2015 altri 26 milioni: eppure lo smaltimento dei debiti non ha subito significative accelerazioni. Per dirla semplicemente: Catania ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.

Ultimo punto, infine, è la questione legata all'emendamento al Milleproroghe. Quello che avrebbe dovuto salvare Catania, secondo l'ex ministra Stefania Prestigiacomo che lo aveva proposto e secondo l'ex sindaco Raffaele Stancanelli, senatore che lo aveva originariamente formulato. «Il Comune di Catania non può avvalersi della prevista rimodulazione» del piano di rientro entro il 30 novembre, dice il magistrato Boncompagni, poiché quel piano era già stato modificato nel 2016. E quando si sarebbe dovuta approvare la possibilità di spalmare il risanamento in vent'anni, all'inizio del 2018, il Consiglio comunale non ha votato. «Come emerge dalla visione del sito internet del Comune di Catania», è la stoccata. Inoltre l'emendamento è arrivato dopo la delibera del 23 luglio della sezione di controllo di Palermo: sempre troppo tardi. 

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