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Liberalizzazioni, legali in piazza
«Finiremo come l’avvocato dei Simpson»

Sono più di 8mila gli avvocati a Catania (la metà di quelli di tutta la Francia). Da oggi al 23 marzo sciopereranno per protestare contro il decreto legge in materia di liberalizzazioni. Tra chi dissente c'è Goffredo D’Antona, il penalista catanese che ha espresso la sua opposizione alle modifiche del governo Monti in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia, Paola Severino. «Gli avvocati non sono bottegai, ma sentinelle della Costituzione», ha scritto

Agata Pasqualino

«Se liberalizzazione vuol dire equiparare le professioni e parlare di mercato e concorrenza, allora sono contrario. Fare l’avvocato non è come fare il medico, l’architetto o l’ingegnere. E l’assistito non è un consumatore». Per il penalista catanese Goffredo D’Antona le modifiche apportate dall’articolo nove del decreto liberalizzazioni, approvato al Senato e in questi giorni in esame alla Camera per l’approvazione finale entro il 24 marzo, non sono applicabili alla sua professione. Lo ha scritto anche in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia, Paola Severino, alla quale non ha ricevuto risposta. Come lui la pensano molti dei 230mila iscritti all’ordine nel nostro Paese, che per opporsi al decreto, e quindi alle nuove disposizioni riguardanti l’abolizione delle tariffe, la formazione di società di capitali e le modalità di accesso alla professione, scioperano a partire da oggi fino al 23 marzo.

«Sono contrario all’approccio politico che si ha verso la professione di avvocato», dice D’Antona. L’avvocato per lui non è un fornitore di servizi, ma un componente della giurisdizione, una «sentinella della costituzione». «Luciano Granozzi (professore di Storia moderna dell’università di Catania, ndr) in un convegno da me organizzato disse che nel momento in cui un legale assiste un imputato di mafia la costituzione italiana raggiunge il suo massimo compimento, perché – spiega – in quel momento il difensore non sta solo lavorando per il proprio assistito, ma per difendere l’applicazione delle norme di legge. Non difendiamo solo i diritti, l’onore e la dignità delle persone, ma tutto un sistema, allo stesso livello di magistrati e giudici».

Per D’Antona sbaglia soprattutto chi definisce i legali «lobby di privilegiati». «Ho seri dubbi che 230mila persone si possano definire lobby – afferma l’avvocato – ma cosa ben più importante non ci sono leggi a nostro favore da almeno 20 anni. Io pago una cassa che mi permetterà forse a 74 anni di andare in pensione. Uno che comincia adesso non ci andrà mai, e nessuno va a dire in che condizioni lavoriamo, con cancellerie dove non ci sono più cancellieri». Il problema poi sarebbe a monte: «Solo a Catania ci sono la metà degli avvocati  che ci sono in tutta la Francia (5211 avvocati e 3220 praticanti, ndr) quindi il governo cerca di adottare liberalizzazioni che si applicano in altri Paesi in un contesto improponibile». Secondo il penalista sono altri i provvedimenti da prendere: si dovrebbe obbligare gli avvocati ad avere la partita Iva, modificare la legge sull’ordine che è del ’46 e permettere di scaricare l’Iva per i processi.

Le tariffe minime sono già state abolite nel 2006 dal decreto Bersani. Quello sulle liberalizzazioni cancella quelle massime e lascia che il compenso venga stabilito dall’accordo tra il legale e il suo assistito. Perché vi opponete?
«Nel penale quando la gente ha il figlio in galera non va in giro a cercare gli avvocati, non si mette a chiedere preventivi, va da chi è conosciuto. Abolire le massime vuol dire dare agli avvocati furbi il potere di spennare una persona. La prima cosa che faccio io è tranquillizzare il cliente, come fa il 99 per cento degli avvocati, ma oggi quell’un per cento che lo terrorizza e che prima trovava un muro nelle tariffe, potrà fare quel che gli pare. Inoltre, se l’avvocato concorda il compenso con il suo assistito, cosa succede quando le spese legali devono essere risarcite dalla controparte? Gli imputati saranno sobbarcati da accordi fatti da altri soggetti».

Secondo il decreto, l’avvocato dovrà fornire un preventivo di massima al cliente e indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale. Non è una giusta garanzia per l'assistito?
«È giusto che un avvocato abbia l’assicurazione. Sarebbe auspicabile che tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche ce l’abbiano. Il comune di Catania non ce l’ha. Però dover fornire i dettagli al momento del conferimento dell’incarico è come dire alla gente che deve diffidare degli avvocati. Queste liberalizzazioni stanno massacrando il rapporto fiduciario tra assistito e avvocato su cui si basa il nostro lavoro. Inoltre, stabilire la responsabilità degli avvocati nei casi non ovvi è quasi impossibile, perché noi diamo una prestazione di mezzi, non di risultato. Posso solo ipotizzare come andrà a finire un processo, perché su di esso influiscono una serie non prevedibile di varianti. È lo stesso motivo per cui non posso fare il preventivo. Non posso neanche sapere quanto durerà».

Alcuni dicono che la lunghezza dei processi dipende dagli avvocati che vogliono guadagnarci.
«Stamattina, alla terza udienza, il giudice si è ricordato che era incompetente perché aveva fatto il giudice del riesame per un imputato, che aveva anche un cognome abbastanza noto. Di chi è la colpa del rinvio: degli avvocati o di un sistema che non va? Nel penale i giudici hanno tutti i mezzi per capire se l’avvocato tenta di allungare i tempi, e se lo fa non è certo per guadagnarci, ma per arrivare alla prescrizione, che è cosa ben diversa. Non sono i legali che allungano i processi, è il sistema».

Il ministro pensa che la possibilità di creare società di capitali favorirà la concorrenza e farà diminuire le tariffe?
«No. L’avvocato diventerà un dipendente stipendiato. I compensi li fisserà la società e le aziende imporranno i loro prezzi. Si creerà uno stacco elevatissimo tra i grossi avvocati che continueranno a fare le loro tariffe, al di sopra da sempre dei limiti massimi, e moltissimi avvocati che si vedranno diminuire di tanto le parcelle, al di sotto dei minimi dignitosi. La libera concorrenza di cui parla tanto il ministro – che ha dichiarato di aver guadagnato 7 milioni in un anno e ha clienti come Poste italiane - e sarei curioso di sapere che tipo di parcelle faceva – determinerà un crollo dei prezzi a scapito della preparazione e della possibilità di gestirsi le udienze. Io ho due avvocati che lavorano per me. Se dovessi diminuire i miei costi perché ci saranno ancora più avvocati grazie a un periodo di pratica più breve e perché le aziende imporranno tariffe più basse, dovrò gestire più processi e la qualità della mia prestazione calerà inevitabilmente. Finiremo come l’avvocato Lionel Hutz dei Simpson, quello che se ne va negli ospedali a dare i biglietti da visita. Finora quando in Italia qualcuno provava a fare una cosa del genere c’era l’ordine che poteva intervenire, adesso si vuole legittimare questo atteggiamento».

Molti credono che il mestiere di avvocato sia strapagato. E sappiamo che in tantissimi casi non è così, a prescindere dalla bravura. Perché gli avvocati non possono essere degli stipendiati?
«Perché i parlamentari guadagnano tanto? Perché non devono essere soggetti a nessuno, perché devono poter fare serenamente il loro mestiere. Perché quasi tutti i giornali attingono ai fondi dello Stato? Perché l’informazione è un bene troppo prezioso e si deve garantirne l’indipendenza. Indipendenza è un sinonimo di serenità, per un avvocato vuol dire che può lavorare bene. Un avvocato che lavora male fa un danno non solo al suo assistito, ma ai cittadini e alla giustizia. Perché in uno Stato in cui si danno i finanziamenti pubblici alle aziende e alle banche per non fallire, i professionisti non devono lavorare serenamente? Il nostro codice dice che il compenso deve tenere conto dell’importanza dell’opera e del decoro del professionista e l’articolo 38 della costituzione quando parla di salario fa riferimento all’importanza dell’opera e alla dignità della persona. Non è un caso che l’articolo nove del decreto liberalizzazioni invece parli solo dell’importanza dell’opera».

Il decreto modifica la modalità di accesso alla professione, diminuendo il periodo di tirocinio da 24 a 18 mesi, di cui sei possono essere compiuti prima della laurea. Visti i numeri, non è già abbastanza facile diventare avvocato?
«Non è difficile diventare avvocato. La pratica è qualcosa che si inizia la mattina e si finisce la sera, e non si può certo assicurare questo impegno nei sei mesi che precedono la laurea. In questo modo la pratica verrebbe di fatto ridotta a un anno, un periodo assolutamente insufficiente per imparare ad affrontare un processo. Ma soprattutto bisogna chiedersi chi manda l’università. Gente che non sa scrivere in italiano, che non sa usare un computer, né fare una ricerca giurisprudenziale. E non è colpa dei ragazzi. Io quando sono uscito dall’università non sapevo fare la "o" col bicchiere. Un medico prima di toccare un corpo deve fare la specializzazione, perché uno può difendere la libertà di una persona dopo un anno dalla laurea? Piuttosto si dovrebbe fare in modo che non si svolgano pratiche fittizie. Ci sono alcuni consigli dell’ordine che stanno istituendo il limite massimo di due praticanti per avvocato. Io sogno un giorno in cui chi ha fatto bene la pratica non debba neanche fare l’esame di abilitazione, ma in questo contesto è utopia».

E cosa pensa dell’obbligo di pagare i praticanti dopo i primi sei mesi di pratica?
«Pagarli per cosa? Stiamo attenti a non confondere l’avvocato abilitato con il praticante. L’avvocato che collabora nel tuo studio è una risorsa, ma il praticante dà i frutti e immette risorse sue nello studio, se tutto va bene, dopo tre-quattro anni. Lo dovrei pagare per spiegargli come si fa un atto d’appello, come fare le fotocopie, come mandare un fax o come si parla a un magistrato o a un altro collega? Io ho fatto il praticante e non venivo pagato e non sono rimasto traumatizzato. Con la crisi economica che c’è e che anche gli avvocati subiscono, non so quanti potranno permettersi di pagare i praticanti. Obbligare al pagamento potrebbe essere un modo per limitare il fenomeno dello stuolo dei praticanti. Se questa è la motivazione allora ben venga. Ma è l’unica motivazione valida».

 

[Foto mikemccaffrey]

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