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Terremoto nelle frazioni abitate da cittadini stranieri
Albanesi e rumeni avevano fermato lo spopolamento

Nei paesini intorno a Zafferana Etnea, feriti dal sisma di Santo Stefano, vive una folta comunità di stranieri, trapiantati ormai da vent'anni alle falde dell'Etna. Dopo la scossa del 1984, il loro arrivo dall'Europa dell'est era stato uno degli ingredienti della rinascita

Francesco Vasta

Quella casetta terrana di via Vittorio Emanuele a Fleri, rimasta con la facciata pendente, è diventata suo malgrado uno dei simboli del sisma di Santo Stefano. «Siamo andati via senza capire nulla, con i capelli tutti pieni di polvere bianca», racconta Rovena, la donna di origine albanese che lì vi abitava assieme al marito e due figli. Da ormai tre giorni, i neanche cento metri che separano la casa dalla scuola di via Rossi non sono più il tragitto del mattino per accompagnare i ragazzi a lezione, ma la tappa obbligata per pranzi e cene. Assieme alla famiglia di Rovena, servite dai volontari di Misericordia e Protezione civile, ci sono decine di altre persone. In grande maggioranza anche loro nate in Albania. Ci sono famiglie che si ricongiungono ai loro cari in altri paesi, sfollati che trovano l'ospitalità di parenti e amici e che, grazie a loro, possono rifiutare la notte in hotel. Ma c’è anche chi i legami dell’affetto li ha lasciati in un'altra nazione, come quasi tutte le persone che si riuniscono nella scuola di Fleri assieme a soccorritori e altri addetti ai lavori.

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