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Lombardo, le accuse del pentito
«Bus per le urne in cambio di soldi o spesa»

È di oggi l'esame di accusa e difesa del collaboratore di giustizia Gaetano D'Aquino, ex esponente del clan catanese dei Cappello. Già intervenuto a fine aprile nel processo che vede coinvolto il governatore regionale e il fratello per voto di scambio, il collaborante ha cercato oggi di fare chiarezza nelle sue dichiarazioni. Ma, per le difese, non ne sa abbastanza

Claudia Campese

«Non esiste che la malavita a Catania non abbia un ruolo in ogni nuova grande opera. A meno che, in futuro, non esisterà più. Ricordiamoci infatti che la mafia, negli appalti, ci va con i prestanome». Parola di pentito. Gaetano D'Aquino, classe 1971, ex esponente del clan catanese dei Cappello ha proseguito oggi la sua audizione nel corso del processo per voto di scambio al governatore regionale Raffaele Lombardo e al fratello Angelo, deputato nazionale Mpa. Una testimonianza, la sua, iniziata in aula quasi un mese fa tra problemi tecnici e risposte confuse. Accusa e difese lo hanno oggi ascoltato di nuovo: racconti più precisi e, soprattutto, versioni mai rese fino a ora né in aula né ai magistrati. «Poco tempo fa è morto il mio fratellino più piccolo, cinque anni, in un incidente stradale - racconta il collaborante - Io per 24 anni sono stato un mostro e mi faccio ancora schifo per questo. Ma non a tal punto da non avere la testa al funerale». Spiega così la sua confusione, insieme alle difficoltà dovute alla videoconferenza. Oggi D'Aquino è stato infatti tradotto di persona nell'aula bunker di Bicocca gemella di quella palermitana.

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