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Processo Ciancio, giornalisti contro il gip
«Nessuna linea editoriale per favorire i boss»

Il giudice etneo Luigi Barone ha ordinato nuove indagini sull'editore de La Sicilia, accusato di associazione mafiosa e riciclaggio. In esame anche la linea editoriale del quotidiano, sospettata di aver favorito esponenti di Cosa nostra. Ma i giornalisti non ci stanno e rispondono: «Possiamo anche aver compiuto errori di valutazione delle notizie, ma rigettiamo con fermezza l'idea che essi traggano origine da un disegno preordinato»

Agata Pasqualino

«Un'offesa alla dignità del nostro lavoro». Così i giornalisti del quotidiano La Sicilia giudicano quanto esposto nell'ordinanza con cui il gip Luigi Barone ha disposto nuove indagini nei confronti del loro editore e direttore Mario Ciancio Sanfilippo, accusato di associazione mafiosa e riciclaggio. E lo fanno sapere con una nota dell'assemblea di redazione. Le indagini della procura di Catania prendono infatti in esame anche gli articoli pubblicati (e ciò che non lo è stato, come i necrologi negati al giornalista Giuseppe Fava e al poliziotto Beppe Montana, uccisi dalla mafia) nel giornale cittadino, sospettato di avere una linea editoriale imposta da Ciancio in favore di esponenti di spicco di Cosa nostra.

«I giornalisti de La Sicilia riuniti in assemblea - si legge nel comunicato - respingono con forza questa interpretazione. La redazione non ha mai avuto né come direttiva dall'alto, né come linea editoriale la difesa e il favoreggiamento di esponenti di Cosa nostra». «Nel nostro lavoro - aggiungono - possiamo anche aver compiuto errori di valutazione delle notizie, ma rigettiamo con fermezza l'idea che essi traggano origine da un disegno preordinato».

Tra questi «errori di valutazione» al vaglio dei magistrati si trovano alcuni articoli pubblicati durante le indagini per l’omicidio di Fava in cui, ha dichiarato all'epoca il sostituto procuratore Amedeo Bertone, «chi pubblicava sapeva perfettamente, per essere stato avvertito proprio da noi, che si trattava di cose false». O quelli in cui nel 1984, pochi mesi dopo il delitto del direttore dei I Siciliani, il giornale anticipò le dichiarazioni che il pentito Luciano Grasso avrebbe dovuto rendere ai magistrati, pubblicando oltre alla sua foto, anche il suo indirizzo di casa. O la lettera, apparsa nelle pagine del giornale senza elementi di contestualizzazione, di Vincenzo Santapaola, figlio del boss etneo Nitto, arrivata direttamente da una cella in cui era detenuto al 41bis e quindi impossibilitato a comunicare con l'esterno.

Ma, accanto ad autori come Santapaola, tra gli editorialisti e i collaboratori del quotidiano etneo figurano anche «intellettuali al di sopra di ogni sospetto e magistrati noti per il loro impegno antimafia», scrivono i dipendenti di Ciancio nella nota. Un fatto che per loro «stride con l'osservazione del gip».  E, «confidando che la magistratura possa fare definitivamente luce sulla vicenda», confermano «il quotidiano impegno per la realizzazione di un giornale che racconti con libertà e obiettività i fatti della nostra terra». Tra cinque mesi si conoscerà l’esito delle nuove indagini.

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