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Timpa di Leucatia, giardino segreto etneo
«Luogo unico in città, ma abbandonato»

A due passi dall'asfalto, il grande polmone verde cittadino è nascosto dalla fitta vegetazione. Al suo interno, un ecosistema di pantani con piante e animali poco urbani, insieme ai resti del centenario acquedotto benedettino. Ma la zona, dalle potenzialità turistiche inesplorate, è oggi in preda a rifiuti, uccellatori e speculatori. «Se la Provincia vorrà, noi abbiamo pronto il progetto di riqualificazione», spiega il biospeleologo e docente universitario Giuseppe Sperlinga

Claudia Campese

All'esterno traffico, auto, i rumori della città. All'interno un grande polmone verde, lo scroscio dell'acqua, l'incontro ravvicinato con specie animali e vegetali poco urbane. A separare questi due microcosmi, che ci si immagina lontanissimi tra loro, solo un buco nella fitta vegetazione che cresce accanto a una officina per auto. Sembra la trama di un film fantasy e invece è la Timpa di Leucatia, nel quartiere Canalicchio a nord di Catania, sconosciuta a residenti e cittadini ma non dagli esperti. «Qui vivono animali e piante impossibili da trovare altrove, a Catania. Forse solo al Simeto», spiega Giuseppe Sperlinga, biospeleologo e docente dell'università etnea. Un giardino oggi segreto e abbandonato in centro città che i monaci benedettini scelsero intorno al 1600 come punto di partenza per una delle opere più imponenti della città: l'acquedotto benedettino catanese.

La timpa, luogo di incontro tra la roccia lavica e il terreno argilloso, è sembrata perfetta ai religiosi per rifornire di acqua il monastero di San Nicolò l'Arena. «Tutt'oggi, in media, quelle acque che arrivano direttamente dall'Etna scorrono a 80 litri al secondo», spiega Sperlinga. La villa che sormonta la collinetta - oggi chiamata villa Papale - veniva adibita a casa di villeggiatura e convalescienziario per i monaci. Tutto intorno, una distesa di verde e pantani, in centro città, a due passi dal cemento e dall'asfalto. Addentrandosi nella fitta vegetazione, con i piedi ammollo a un ruscello, si incontrano il sedano, le lenticchie e la menta d'acqua, insieme ai granchi di fiume e agli uccelli che li abitano. Più su, nella parte lavica, cresce anche l'acanto, le cui foglie sono passate alla storia per aver ispirato gli ornamenti dei capitelli delle colonne greche.

http://www.flickr.com/photos/ctzen_catania/sets/72157632268987582/show/

«Qui vengono anche gli uccellatori - racconta Sperlinga - Si nascondono dietro un'asse di legno ricoperta di foglie, attirano gli animali con un uccello portato da loro e poi li catturano». Una pratica illegale, conosciuta, ma mai fermata nella zona. Immersi nel verde, anche gli archi iniziali dell'acquedotto benedettino, la vasca in cui veniva raccolta l'acqua e i resti di un lavatoio. «In questa piscinetta naturale i ragazzini degli anni '60 venivano a fare il bagno - continua il docente - Quelli di oggi non sanno nemmeno che esiste». Eppure un progetto di studio e riqualificazione era stato avviato con la partecipazione di tre soggetti: l'università di Catania, il Comune etneo e quello di Sant'Agata li Battiati, amministrazioni in cui ricade la timpa. «Ma dopo due anni non è stato più rinnovato», spiega Sperlinga che, da 12 anni, studia e denuncia lo stato di abbandono della zona.

Adesso una proposta di itinerario naturalistico e storico è in fase di progettazione nella tesi di laurea di una studentessa seguita dal docente. «La timpa innanzitutto dovrebbe essere dichiarata area protetta, un parco extraurbano - spiega Sperlinga - Un iter breve e semplice, perché di competenza provinciale». Nello studio si immagina un percorso turistico che parte da villa Papale - con il suo ambiente umido e le sue specie rare - e - attraverso una vegetazione che diventa mediterranea - arriva fino all'estremità opposta, verso est, al monte San Paolillo. «Un sito archeologico dove si trova un monumento funerario romano e, nel 1994, sono state scoperte delle tombe dell'età del bronzo». Una zona particolare, però, che è stata al centro di una vicenda giudiziaria dopo la decisione dei proprietari di demolire due ruderi senza alcuna autorizzazione della sezione archeologia della sovrintendenza.

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