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Crac Tecnis, guai nella «seconda vita» di Costanzo e Bosco
Procuratore: «Imprenditori predatori che giocano sporco»

I costruttori sono finiti ai domiciliari insieme ad altre due persone. Gli indagati in tutto, come verificato da MeridioNews, sono invece sette. Accusati di bancarotta fraudolenta avevano investito in due maxi-strutture per giocare a golf. Guarda il video

Dario De Luca

Una seconda vita per mettere da parte inchieste, ombre e una carriera da padroni assoluti delle costruzioni costruita a cavallo tra politica e antimafia. Il nuovo corso però sembra somigliare ancora una volta al passato. Perché nei guai Mimmo Costanzo e Concetto Bosco Lo Giudice ci sono finiti ancora una volta. Dopo l'inchiesta Dama nera, per le tangenti negli appalti Anas, e il sequestro antimafia del 2016 per i due imprenditori è la volta dell'indagine Arcot. Oltre a Costanzo e Bosco Lo Giudice sono finiti ai domiciliari il fratello di quest'ultimo, Orazio Bosco Lo Giudice, e Gaspare Di Paola. Ma l'elenco degli indagati, come verificato da MeridioNews, comprende altre tre persone, non destinatarie però di misura cautelare. «Si tratta di imprenditore predatori. Giocavano sporco creando danni enormi nel settore degli appalti pubblici», spiega il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro.

Sotto la lente d'ingrandimento torna a esserci così la Tecnis. Un tempo colosso degli appalti in ambito nazionale e internazionale ma nel 2017 dichiarata insolvente dal tribunale etneo. L'anno è lo stesso in cui la holding, insieme a 13 società collegate, veniva pure ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria. In quel periodo i numeri raccontavano uno spaccato fatto di 700 milioni di euro di commesse sparse per il mondo e una forza lavoro di 600 dipendenti. In mezzo le pagine nere di una scalata verso le vette del successo: un passivo di quasi 180 milioni di euro, di cui 94 nei confronti dello Stato per debiti erariali

«Attraverso la holding Tecnis il denaro per anni è stato girato alle società operative che poi lo stornavano ad altre aziende controllate sempre dagli imprenditori. La Tecnis di fatto è stata spogliata con debiti ingenti che non le permettevano di portare avanti gli impegni nelle commissioni», spiega durante la conferenza stampa il colonnello della guardia di finanza del nucleo di polizia finanziaria Francesco Ruis. Gli imprenditori così sono finiti indagati per bancarotta fraudolenta. Ipotesi quest'ultima allargata anche alla stipula di alcuni contratti di cash pooling. Tecnis in sostanza si sarebbe occupata della gestione finanziaria di tutte le società collegate. L'obiettivo di questo istituto sarebbe quello di garantire una gestione unitaria bilanciando conti in attivo e in passivo. Di fatto, almeno secondo la guardia di finanza, i soldi sarebbe stati gestiti con altre finalità. In particolare tra Tecnis e Cogip. Beneficiaria non di una eccedenza di liquidità ma di anticipazione bancarie.

I soldi, secondo la procura frutto del profitto criminale, in parte sarebbe stato utilizzato per la realizzazione di strutture sportive e ricettive con particolare attenzione al mondo del golf. Due terreni, tra Carlentini (Siracusa) e Taormina (Messina), sono stati sequestrati. In questa storia, che già sfiora il paradosso, si aggiunge il fatto che a realizzare i lavori, per conto di Sicilia Golf Resort e Off-Side srl, sarebbe stata sempre la Tecnis. Tutto con soldi provenienti pure dagli incentivi per le aree depresse. Acronimo per indicare uno specifico canale di finanziamento, pari a 19 milioni di euro, messo a disposizione dal ministero per lo Sviluppo economico

«Ricordiamo che Mimmo Costanzo - puntualizza il procuratore capo Zuccaro, affiancato dalla magistrata Agata Santonocito - in passato ha ammesso di pagare la famiglia di Cosa nostra dei Santapaola. In maniera omertosa però, nascondendo i benefici di questa protezione». La seconda vita di Costanzo passa anche per la società Amec. Sulla quale l'imprenditore, insieme al fidato Concetto Bosco Lo Giudice, ha spostato l'attività di costruttore e re degli appalti pubblici. L'azienda, nata nel 2017 con sede a Santa Venerina, non è stata coinvolta nel sequestro diretto - indicato come l'ammontare del profitto della bancarotta fraudolenta - da 94 milioni di euro. «Per sequestrarla - spiega il sostituto procuratore Fabio Regolo - l’avremmo dovuta individuare come strumento per la bancarotta. In realtà è il risultato finale». L'inchiesta non è chiusa e la seconda vita potrebbe riservare altre sorprese. 

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