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Mario Ciancio e i centri commerciali etnei
Gip: «Un caso gli affari con Cosa nostra?»

Si avvicina la scadenza del termine di 150 giorni, a partire da novembre, fissata dal giudice per le indagini preliminari Luigi Barone per approfondire nuovamente l'inchiesta a carico del direttore-editore del quotidiano etneo La Sicilia. Al centro dei dubbi del giudice, non solo la linea editoriale della testata e i presunti rapporti di Ciancio con i boss, ma soprattutto i suoi progetti di costruzione. Sempre in società con personaggi riconducibili all'organizzazione criminale etnea. La terza puntata dell'approfondimento di CTzen

Claudia Campese

Corrono i 150 giorni stabiliti dal giudice per le indagini preliminari etneo Luigi Barone ai magistrati della procura di Catania per approfondire le indagini sull'imprenditore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Cominciati a novembre e guidati da provvedimento di una trentina di pagine con cui il gip ha espresso il suo disaccordo e invitato i magistrati a scavare più a fondo sulla figura del direttore-editore del quotidiano etneo La Sicilia. Molto si è detto, con le rimostranze dei giornalisti e di firme illustri del quotidiano, sui dubbi di Barone riguardo alla linea editoriale della testata nei confronti di Cosa nostra. Ma a questo capitolo il giudice dedica in realtà solo poche pagine. Di più lo interessano i presunti rapporti di Ciancio con diversi vertici mafiosi e di più ancora i suoi affari da imprenditore. Che riguardano tutta la città e non solo.

Tutto inizia quando il collaboratore di giustizia Antonino Giuliano racconta ai magistrati etnei di un affare in corso tra alcuni imprenditori messinesi e Mario Ciancio, per la costruzione di un centro commerciale «nei territori limitrofi la tangenziale di Catania, direzione Siracusa, nei pressi del distributore Ip». Da realizzarsi anche con somme di denaro provenienti da Cosa nostra. E' il 2005 e, tra gli imprenditori citati, c'è Antonello Giostra, di Scaletta Zanclea, oggi imputato insieme a Ciancio per riciclaggio con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa. Un personaggio che fa scattare gli allarmi dei magistrati, considerata al tempo la sua condanna per bancarotta fraudolenta per aver riciclato denaro proveniente da usura mafiosa. Poco dopo, nel 2006, sarà anche arrestato, ma poi prosciolto, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Le indagini partono, ma con un equivoco. I magistrati sono infatti convinti che l'affare raccontato da Giuliano sia la costruzione del centro commerciale Porte di Catania. In cui in effetti è coinvolto lo stesso Ciancio, ma non Giostra. I due, comunque, sembrano avere una lunga lista di collaborazioni. In una telefonata tra Giostra e una terza persona, intercettata nel 2002, è lo stesso imprenditore messinese a raccontare «che stava lavorando a Catania con Ciancio per un centro commerciale di 300.000 mq e per un complesso turistico alla Playa di 600.000 mq - scrive il gip, citando il pm - oltre che per un complesso di ville di lusso di 115.000 mq. Giostra spiegava al suo interlocutore che a Catania aveva progetti per lavori per oltre 1.000 miliardi di lire; precisando che a Messina non era più possibile lavorare e che Ciancio stava scommettendo su di lui e «che gli ha reso un patrimonio legale».

Tra questi progetti da realizzare insieme, c'è il centro commerciale a cui si riferisce il pentito: una struttura costruire a Misterbianco e per la quale Ciancio compra dei terreni dal valore di diversi milioni di euro in contrada Cardinale. Tutto sembra procedere, fino a quando a mettersi di mezzo non è la concorrenza: e cioè l'interesse di un'altra società e di Cosa nostra, secondo i magistrati della parallela indagine Iblis, a costruire un diverso centro commerciale nella contrada Cubba confinante. Quello che oggi è il Centro Sicilia. I due soggetti però mantengono rapporti cordiali: firmano un protocollo d'intesa e, si sente nelle intercettazioni di esponenti della criminalità organizzata, Cosa nostra si vede costretta a «rallentare» il proprio progetto per il contemporaneo interesse di Ciancio. Una disponibilità della mafia etnea che, secondo il giudice Barone, avrebbe dovuto impensierire i magistrati. Secondo il gip, infatti, in assenza di interessi anche nell'affare di Ciancio e Giostra, Cosa nostra «non avrebbe esitato ad imporre la propria notoria forza prevaricatrice». Piuttosto che «rallentare» e firmare accordi.

Come se non bastasse, il giudice richiama alla memoria anche altri casi di attività imprenditoriali di Ciancio a suo giudizio sospette. La costruzione dell'Outlet Sicilia Fashion Village ad Agira, appaltato ad una serie di imprese in associazione temporanea, tra cui quelle di Mariano Incarbone e Sandro Monaco, entrambi imputati in Iblis per concorso in associazione mafiosa. E ancora il progetto del cosiddetto villaggio degli americani: residence per militari statunitensi di base a Sigonella da realizzarsi a fine 2004 a Lentini, in località Xirumi-Cappellina-Tirirò. Anche stavolta entrato in concorrenza con un progetto simile che interessava, secondo i magistrati, uno dei vertici di Cosa Nostra etnea, Vincenzo Aiello, e il geologo-uomo d'onore Giovanni Barbagallo. Tutti casi che, secondo il giudice Barone, rendono «sempre inverosimile la casuale presenza, in occasione della realizzazione di grandi opere, accanto al Ciancio Sanfilippo di personaggi vicini a Cosa Nostra». Come nel caso del centro commerciale Porte di Catania, che per primo ha attirato l'attenzione dei magistrati e su cui torneremo in un'altra puntata.

[Foto di Sicilia outlet village]

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