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Pierantonio Sandri, ucciso per la sua onestà
La sua memoria difesa dai giovani di Libera

Per 14 anni Ninetta Burgio ha atteso di poter seppellire il figlio cresciuto «nel rispetto dei valori della solidarietà, dell’accoglienza e della legalità». Un ragazzo strappato alla vita dai suoi coetanei, vittime a loro volta dei crudeli disegni della mafia. La storia del niscemese, ucciso e sepolto in un bosco perché aveva assistito ad un'intimidazione mafiosa e ne aveva riconosciuti gli autori, raccontata durante il passaggio della Carovana antimafie in Sicilia da chi si è impegnato a tutelare il suo ricordo. Guarda il video

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«La sua onestà era nota». Forse troppo. E per quella nobiltà d'animo, Pierantonio Sandri ha perso la sua vita nella maniera peggiore, strappato al suo futuro, all'amore di una madre che non ha mai smesso di cercarlo. Il giovane niscemese ha 19 anni quando esce da casa, il 3 settembre 1995, per non ritornarvi più. Sulla sua strada un'intimidazione, il rogo di un'automobile, compiuta da alcuni giovani del paese utilizzati da Cosa nostra per intimorire i candidati sindaco nella corsa elettorale in svolgimento a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Riconosce i suoi coetanei che - conoscendone a loro volta il carattere - lo uccidono su ordine del boss e ne seppelliscono il corpo nella Sughereta.

Le indagini si scontrano contro un muro di silenzio e omertà: sono gli anni più difficili per il piccolo centro nel Nisseno, con lo strapotere della criminalità e le lotte intestine per la conquista del territorio. Eppure la madre di Pierantonio, la docente di scuola media in pensione Ninetta Burgio, non smette di cercare il figlio. Lettere al presidente della Repubblica, interventi alla trasmissione Rai Chi l'ha visto?, appelli in occasione dei compleanni che si susseguono lentamente. Nulla serve a portarle la verità tanto agognata. La svolta arriva nel 2003: una lettera anonima annuncia alla donna che è il momento di fare giustizia e le indagini sulla sparizione del ragazzo riprendono. Poi, nell'agosto del 2009, inizia a collaborare con la giustizia Giuliano Chiavetta, uno di quei giovani usati dalla mafia come manovalanza nelle azioni criminali. L'uomo, coetaneo di Pierantonio, era un ex alunno della madre Ninetta. Si autoaccusa dell'omicidio - l'unico per il quale mostra un sincero rimorso - e indica agli inquirenti il luogo, in quella contrada Ulmo adesso nota per le lotte contro il Muos, nel quale per 14 anni è stato sepolto il corpo di Sandri.

Chiavetta viene condannato dal Tribunale dei minori in primo grado a 16 anni di carcere. Il pentito indica come suoi complici altre tre persone: Salvatore Cancilleri (assolto in primo grado), Vincenzo Pisano, e Marcello Campisi. A confermare il racconto di Chiavetta anche la testimonianza di un altro boss di Niscemi, Antonino Pitriolo, alla quale si è aggiunta quella di una sorella di uno degli indagati.

Ninetta Burgio non ha avuto modo di leggere la sentenza di primo grado, di sentire le parole di un giudice per poter mettere fine ad un calvario indescrivibile. Dallo scorso mese di marzo è in corso il processo di appello e a difendere la memoria di Pierantonio Sandri, a continuare la battaglia della professoressa Ninetta, si sono impegnati i giovani del presidio di Libera delle Aci intitolato proprio al ragazzo di Niscemi. «Pierantonio, come ho sempre gridato, è un bravo ed onesto giovane che stava crescendo per entrare nel mondo degli adulti - ha scritto la donna in occasione del ritrovamento del corpo nella Sughereta - Mio figlio è cresciuto dentro una famiglia che lo aveva educato nel rispetto dei valori della solidarietà, dell’accoglienza e della legalità. Purtroppo anche per questo Pierantonio ha trovato la morte». 

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