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Femminicidio Salamone, confermato ergastolo a ex amante
Legale: «Bisogna trovare il complice: è pericoloso criminale» 

Alla sbarra c'è Nicola Mancuso, già finito coinvolto nell'operazione Binario morto per traffico di droga. La ragazza venne trovata morta nel luglio del 2010 in una villetta tra Adrano e Biancavilla. Il caso stava per finire con un'archiviazione per suicidio

Nicola Mancuso ha ucciso Valentina Salamone. Dopo i giudici del processo di primo grado anche quelli d'Appello, con la presidente Elisabetta Messina, confermano il giudizio e condannano l'uomo all'ergastolo. Il verdetto, arrivato oggi, riguarda il caso della ragazza 19enne, originaria di Biancavilla (in provincia di Catania), trovata morta il 24 luglio del 2010 in una villetta di periferia in via Salette, in contrada Vigne. Lì la ragazza era andata a vivere da poco tempo e, la sera prima, era stata organizzata una festa con diversi partecipanti, a base di droga e alcol. Durante la serata, Salamone avrebbe fatto una scenata di gelosia per Mancuso con cui, da qualche mese, aveva una relazione sentimentale che si era interrotta appena 15 giorni prima della morte.

«È un secondo passaggio importante verso la verità - commenta a MeridioNews l'avvocato Dario Pastore, che assiste la famiglia Salamone - Ma non dimentichiamo che c'è ancora un soggetto ignoto che ha partecipato al delitto e di cui abbiamo il dna». L'auspicio del legale è che la procura generale continui a scavare anche in quella direzione perché «al momento, c'è ancora un pericoloso criminale in giro». In un primo momento, anche considerando il fatto che Salamone venne trovata impiccata con una corda a una delle travi di ferro della tettoia, si ipotizzò la pista del suicidio tanto da arrivare all'archiviazione del fascicolo. Una tesi smentita dal particolare tipo di nodo a doppia cima che, pur salendo su una sedia in punta di piedi e con le braccia alzate, la vittima non avrebbe potuto fare da sola perché per arrivarci le sarebbero mancati 45 centimetri alla tettoia. 

Prima c'è stata l'avocazione da parte della procura generale e poi l'avvio di nuove indagini. Gli specialisti del reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri di Messina trovarono alcune tracce di sangue sotto le scarpe di Mancuso. Particolare che ha aperto la strada alla ricostruzione secondo cui la scena del delitto sarebbe stata alterata per simulare un suicidio. Il 39enne, sposato e con due figli, con la 19enne avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale. Nel 2016, per lui è arrivato il rinvio a giudizio e tre anni dopo, a giugno 2019, la condanna in primo grado all'ergastolo per l'omicidio che adesso è stata confermata in secondo grado. I legali di Mancuso ne avevano chiesto l'assoluzione con la formula «perché non ha commesso il fatto».

Una ragazza - minorenne all'epoca dei fatti - che aveva partecipato alla festa ha riferito che Mancuso, arrabbiatissimo dopo essere andato via dalla villetta, in macchina avrebbe commentato con altri la scenata di gelosia di Valentina. «Ora l'ava finiri o ci a fazzu finiri iu, mi sta creannu troppi problemi. Basta: nun ne pozzu chiu (Ora deve finirla o gliela faccio finire io, mi sta creando troppi problemi. Basta: non ne posso più, ndr)». Lui ha sempre negato di avere pronunciato quelle parole e sempre sostenuto che «Valentina voleva fare la fine del nonno», che si era suicidato impiccandosi. Per l'accusa, invece, il 39enne sarebbe poi tornato nella villetta e, insieme a un altro soggetto non identificato, avrebbe ucciso la ragazza. Nell'autopsia fatta sei giorni dopo la morte, si parla di «asfissia meccanica violenta da impiccamento» ma si aggiunge anche che «non è possibile, in alcun modo, stabilire una compatibilità teorica con il suicidio». Un'altra circostanza incompatibile con il suicidio è che la ragazza viene ritrovata le mani incastrate tra la corda e il collo. Per i medici legali si tratta di un «inequivocabile tentativo di liberarsi».

Mancuso, negli anni passati, è finito coinvolto nell'inchiesta Binario morto sul traffico di droga ad Adrano ed è stato condannato a 14 anni di carcere. Ed è proprio da quell'ambiente che, nel maggio del 2019, è arriva davanti alla corte d'Assise la testimonianza di un collaboratore di giustizia che aveva fatto parte del clan Malpassotu ed era poi diventato responsabile del gruppo mafioso di Belpasso fino a prima di finire in cella per estorsione. Carmelo Aldo Navarria ha raccontato di avere ricevuto una confessione da Mancuso mentre si trovano insieme detenuti nel carcere di Siracusa. «Zio Aldo, non so se tu lo sai, io sono imputato per quella ragazza che hanno trovato strangolata nella zona di Adrano. E c'ho problemi con la mia famiglia: mia moglie, quando accompagna i bambini a scuola, c'ha una certa vergogna perché si sente osservata». Stando al collaboratore, il cui racconto è stato ritenuto verosimile dal giudice, la conversazione sarebbe avvenuta su una panchina in cui i due erano seduti in disparte. Alla esplicita domanda, Mancuso avrebbe risposto a bassa voce: «Purtroppo sono stato io. E che dovevo fare? Meglio la sua che io perdere la mia famiglia». 

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