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Oasi del Simeto, visita di Legambiente dopo incendi 
«La riserva non esiste più perché è stata trascurata»

Il polmone verde è stato trasformato, dopo il divampare delle fiamme, in una landa desolata e nera. «Non c'erano grossi mezzi: l'unico canadair è arrivato l'indomani mattina», spiega il direttore della riserva Torrisi. Guarda le foto

Gabriele Patti

Foto di: Gabriele Patti

Foto di: Gabriele Patti

Un coniglio rimasto appeso per il collo e morto carbonizzato. La cartolina ritrae quello che rimane dell'Oasi del Simeto dopo gli incendi avvenuti nel fine settimana, che hanno ridotto la riserva naturale orientata in una landa desolata e nera. È il colore dell'erba bruciata dalla fiamme, in quello che è stato uno degli incendi più estesi della provincia di Catania. Tuttavia l'attenzione delle istituzioni si è concentrata sul lido Le Capannine. «Siamo qui perché non è venuto nessuno», dice la presidente di Legambiente Catania Viola Sorbello nel corso del sopralluogo avvenuto oggi in quel che resta della riserva naturale. «Una palude con questa fauna e questa flora particolare - dice Sorbello - dovrebbe essere conosciuta e tutelata».

Ma la Regione non ci sta. «Nei momenti più drammatici per una comunità e per un’Isola - si legge in una nota dell'assessore all'Ambiente Toto Cordaro - purtroppo c’è sempre qualche sciacallo che cerca visibilità. Legambiente Sicilia, considerato che non si firma nessuno in particolare, si vergogni. Proprio stamane, infatti, si è rifiutata di dare una mano alla Regione non volendo firmare la convenzione che ha visto presenti, e protagonisti, tutti coloro che amano veramente la Sicilia».

A pochi giorni dagli incendi, la puzza di bruciato si sente appena ma intorno il paesaggio è quasi spettrale. Recinzioni e pali che delimitano la riserva sono ridotti in cenere e il gazebo costruito dai volontari delle associazioni ambientaliste per praticare il birdwatching non esiste più. Si scorge solo quel che rimane delle feritoie dalle quali poter ammirare i volatili. «Ci sono stati più incendi contemporaneamente - spiega il direttore della riserva Gaetano Torrisi - Tutti partiti venerdì pomeriggio e sono durati fino al mattino seguente». 

Le difficoltà nel domare le fiamme non sono mancate. «Non c'erano grossi mezzi per contrastare le fiamme - prosegue Torrisi - in quel momento avevamo solo un mezzo antiincendio e un'autobotte». L'unico canadair «è arrivato solo l'indomani mattina», sostiene Torrisi con un sorriso amaro. La conta dei danni, per il momento provvisoria, registra più di 100 ettari bruciati e un'innumerevole quantità di specie animali tutelate, tra volatili e mammiferi, morte bruciate. Sono risultati vani i tentativi della Guardia forestale, impegnata a domare gli incendi al villaggio Primosole e a San Francesco La Rena, luogo in cui è divampato un altro incendio colpendo un maneggio. «Mentre si procedeva nello spegnimento e più volte si chiedeva l'impiego di altro personale della Protezione civile - si legge in una nota stampa del distaccamento provinciale del Corpo forestale - si reiterava la richiesta di mezzi aerei». Tuttavia, nella zona, «interveniva un solo mezzo in volo», sostiene la Guardia forestale.

Nel versante Sud della riserva si è salvata una piccola parte di vegetazione, «perché i conigli sono riusciti ad arginare quella parte di macchia mangiando l'erba», sostiene chi ha il compito di fare da vedetta nella riserva. «Il laghetto prima non riusciva neanche a vedersi perché era nascosto dalle canne - prosegue Torrisi -, adesso si vede tutto». L'immagine è il simbolo del danno ambientale subito dall'oasi. Ma non solo. «Da Siracusa a Palermo, passando per Catania la lista è lunghissima», sottolinea il presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna. «Nelle stesse ore è andato in fumo il parco delle Madonie e Monte Pellegrino e nessuno dice una parola», chiosa. 

Pochi metri più in là, nella parte più vicina all'ingresso, ci sono quattro barche completamente liquefatte dal fuoco. «Sono quelle che ha sequestrato la Provincia - spiega un operaio - e sono andate completamente a fuoco». Tuttavia «gli edifici più di valore non sono stati toccati», fa notare un'attivista di Legambiente. La replica del direttore arriva ma senza sbilanciarsi. «I sentieri taglia fuoco non hanno retto - dice Torrisi - e il sistema è imploso, menomale che non sono stati colpiti gli edifici perché bastava una favilla e sarebbe andato tutto in fumo». Secondo gli addetti ai lavori, però, il vero problema è che «da trent'anni siamo con un solo mezzo e manca il personale, con la conseguenza che ci ritroviamo con squadre di tre persone quando dovrebbero essere almeno di cinque». 

Di certo il sistema non ha funzionato. L'occasione è buona per fare rivivere il dibattito tra i residenti del villaggio Primosole e il direttore Torrisi. «All'ora di pranzo c'è stato il primo incendio domato dalla squadra della forestale con un solo mezzo - spiegano due residenti che al contempo sottolineano di essere quelli che tutti definiscono abusivi - Non appena concluso, il fuoco ha cominciato nuovamente a divampare». «Nel frattempo - continuano - ci siamo riversati in spiaggia, ma non tutti: alcuni residenti hanno deciso di non abbandonare la propria casa». E, mentre la guardia costiera trasportava al sicuro chi aveva deciso di abbandonare la zona, «chi è rimasto ha spento il fuoco con le cordine d'acqua che si utilizzano per innaffiare». «Non chiediamo grandi cose - sostengono i residenti - ma vogliamo la manutenzione: chiediamo collaborazione perché facciamo tutto noi: dalle buche alla raccolta della spazzatura in spiaggia, la via che dà accesso alle abitazioni l'abbiamo ripulita noi». A prescindere dalle beghe tra chi gestisce l'oasi e i residenti del villaggio anch'esso colpito dalle fiamme una cosa certa per ambientalisti e il direttore Torrisi è che «verosimilmente si è trattato di un incendio doloso».    

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