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A Sigonella uno snodo per l'evacuazione dall'Afghanistan
«Lì ho lasciato mia madre, i Talebani non la fanno uscire»

Nella base militare etnea si organizzano i trasferimenti. In molti hanno lavorato con gli occidentali e per questo motivo otterranno un visto speciale per gli Usa. Tra le storie quella di Masouda, ex addetta al controllo aereo all'aeroporto di Kabul. Guarda il video

Dario De Luca

Foto di: Dario De Luca

Foto di: Dario De Luca

«A Kabul lavoravo per un'agenzia collegata alla Nato, mi occupavo di controllare il traffico aereo all'aeroporto internazionale. L'ho fatto per dieci anni». Masouda è nata nel 1991 e ha accanto la figlia. Sono scappate insieme dall'Afghanistan e dai Talebani, ritornati al potere dopo una guerra cominciata all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle di New York. «Ho lasciato mia madre, che è un'insegnante, e le mie sorelle - continua - I Talebani non le fanno uscire di casa nemmeno per lavorare». La donna, mentre parla ai giornalisti, si trova insieme a centinaia di famiglie all'interno della base militare americana di Sigonella, nell'ambito di una maxi operazione per l'evacuazione dei rifugiati dalla repubblica islamica. Dal 22 agosto qui sono transitate circa 4000 persone. «Restano per un massimo di 14 giorni, come da accordi con l'Italia - spiega Howard Lee Rivera, comandante dell'aeroporto dell'aeronautica militare italiana di Sigonella - Poi vengono imbarcate per gli Stati Uniti con aerei di linea». 

Dall'altro lato dell'oceano Masouda arriverà con un visto speciale per gli immigrati, concesso dal governo americano ai cittadini afghani o iracheni che per almeno un anno hanno lavorato per gli Stati Uniti. Truppe di interpreti, ingegneri ma anche insegnanti e diplomatici la cui permanenza nel Paese asiatico rappresenterebbe un serio rischio per la loro vita. «Sono contento per quello che stanno facendo per noi, ci hanno tirato fuori da una situazione difficile», aggiunge Mohammed. «Ho combattuto per vent'anni spalla a spalla con gli americani e ho perso molti amici», continua. All'interno della base sono state realizzate diverse aree dedicate ai rifugiati. Visibili per la prima volta in un tour organizzato appositamente per la stampa. Superato l'ingresso si arriva in una zona allestita con diverse tende da campo. Alcune sono dedicate ai momenti di preghiera, altre invece sono destinate ai controlli sanitari. 

Chi arriva dall'Afghanistan è stato sottoposto ai controlli anti-Covid-19 attraverso i tamponi. Per alcuni, risultati positivi, si è proceduto all'isolamento così come previsto dalle leggi sanitarie italiane. Dietro le tende, un grande giardino con decine di persone. La giornata è calda e tutti sono a caccia di qualche spazio all'ombra. I bambini giocano a calcio con un soldato americano, altri stanno in disparte insieme ai genitori. Per chi arriva e per coloro che si imbarcano verso gli Stati Uniti è fondamentale il passaggio in alcuni grandi hangar. Uno di questi è stato allestito con delle brande da campo. Gli altri due sono dotati di una zona con dei giochi per i più piccoli, area condizionata e spazio ristoro con mele, acqua, pane e caffè. In mezzo centinaia di sedie dove attendere le procedure previste dopo l'atterraggio o prima del decollo. Tutte le operazioni avvengono in maniera ordinata e quasi silenziosa, scandite da un'interprete munito di megafono

Insieme alla base di Aviano, in provincia di Pordenone, quella di Sigonella è l'unica base italiana attrezzata per questa operazione di evacuazione. L'arrivo in Sicilia è però preceduto da scali intermedi in altri Stati, come Kuwait e Qatar. «Non potrei essere più orgoglioso dei miei uomini - spiega Kevin Pickard, comandante della Nas Sigonella - è stato un importante sforzo di solidarietà non solo dei militari, ma anche da parte delle famiglie che spontaneamente hanno dato aiuto e offerto affetto, regalando ogni genere di cose, dagli abiti ai pannolini. Bisogna tenere presente che moltissimi degli evacuati sono arrivati solo con i vestiti che avevano addosso, i bambini senza scarpe: avevano bisogno di ogni cosa utile alla sopravvivenza». Da Masouda a Mohammed, il coro è unanime: «La nostra vita proseguirà in America».

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