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La storia dei genitori che non vedono i figli da due anni
«Rimasti bloccati in Bielorussia da Covid e diplomazia»

Centinaia di famiglie siciliane che fanno parte dei progetti di accoglienza sanitaria manifesteranno alla Farnesina per chiedere «di non lasciare incastrati in questioni politiche i bambini e i ragazzi di Chernobyl», spiega una coppia a MeridioNews

Marta Silvestre

«Nostra figlia è rimasta bloccata in Bielorussia e non la vediamo da quasi due anni». Silvia Fiorini e Raffaele Benanti sono i genitori di Svieta, una ragazza che oggi ha 16 anni e che accolgono da quando ne aveva sette. Psicologa lei e medico lui, a Catania da nove anni sono una delle molte famiglie ospitanti. «Come noi - raccontano a MeridioNews - ci sono centinaia di genitori siciliani in attesa di potere riabbracciare i bambini e i ragazzi che arrivano con i progetti di accoglienza sanitaria». Tutto è rimasto bloccato: prima a causa delle restrizioni dovute alla pandemia del nuovo coronavirus e poi per le questioni diplomatiche legate al caso del dirottamento del volo Ryanair da parte del regime di Minsk (la capitale della Bielorussia) per sequestrare il giornalista Roman Protasevich. Una mossa che ha portato i maggiori leader europei alla strategia di isolare il presidente Alexander Lukashenko.

«Dinamiche politiche in cui sono rimasti incastrati anche i nostri figli che sono finiti su un tavolo di trattative che non ha ancora trovato soluzione», spiega la coppia catanese che da anni fa parte dell'associazione Puer. Con tutti i genitori che si trovano ad affrontare la stessa situazione, si sono dati appuntamento per giovedì 7 ottobre a Roma davanti al ministero degli Esteri. «In un momento così difficile - anticipa Fiorino - chiediamo alle istituzioni di liberare i bambini: sono disperati, si sentono abbandonati e chiedono di potere tornare in Italia dalle loro famiglie». Nuclei che, per quattro mesi l'anno (tre in estate e uno nel periodo natalizio), accolgono bambini e ragazzi bielorussi che vivono in istituti e provengono da famiglie disagiate e pagano ancora le conseguenze del disastro di Chernobyl

Un risanamento non solo sanitario ma soprattutto affettivo. «Si creano legami fortissimi - racconta la donna al nostro giornale - Con noi i bambini colmano il senso di abbandono e colgono quello di famiglia: Svieta è figlia per noi, sorella per gli altri figli, nipote per i miei genitori e, in questi nove anni, ha anche creato dei rapporti di amicizia. Continuiamo a sentirla ogni giorno». A maggio era stato approvato un protocollo sanitario per il riavvio dei programmi, ma la vicenda dell'aereo dirottato ha bloccato tutto. E, adesso, «nonostante l'Unione europea abbia dato la possibilità di corridoio umanitario, il dialogo tra i ministeri non ha ancora portato a un accordo. Per questo andremo a manifestare davanti alla Farnesina per chiedere un ulteriore sforzo alle istituzioni per fare in modo che a Natale i nostri figli possano tornare a casa».

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